La Psicoterapia di gruppo

La parola  gruppo ha origine  dall’italiano medioevale groppo = nodo che, a sua volta, deriva dal germanico truppa = massa rotonda; quindi entrambe le parole  hanno in comune l’ origine dell’ l’idea di un tondo.
L’etimologia,dunque, indica  due direzioni di significato: il nodo e il tondo. Il senso di nodo allude alla aggregazione tra i membri del gruppo. Tondo, rimanda ad una riunione di persone o, per conservare la stessa immagine, un circolo di persone.

Il primo utilizzo del gruppo a scopi terapeutici  risale a Joseph Pratt. Egli era un internista di Boston che a partire dal 1904 integrò la cura dei pazienti tubercolotici con sistematiche riunioni durante le quali venivano affrontati aspetti medici e psicologici della malattia. Secondo l’autore questi incontri avevano esiti piuttosto positivi sia relativamente al morale dei pazienti sia sul decorso della loro patologia. Di Maria F., Lo Vverso G.  (1995).

La psicoterapia di gruppo può essere definita come una prassi terapeutica in cui il mezzo principe della terapia è il gruppo stesso.

Generalmente viene costituito un piccolo gruppo di persone (circa 8-9 pazienti), con un analista; e a volte con alcuni osservatori e co-terapeuti. Questo aspetto la differenzia molto dalla classica pratica psicoanalitica dove c’è un rapporto esclusivamente duale (analista – paziente). (Lo Verso G., Vinci S. 1990).

Il gruppo presenta delle peculiari caratteristiche che facilitano  lo sviluppo di relazioni, la nascita di legami identificativi, la creazione di una cultura comune e potenti meccanismi trasformativi. Il gruppo, infatti,  non è la semplice somma degli individui che lo compongono, in quanto al suo interno operano delle dinamiche che creano un effetto moltiplicatore delle energie umane in esso presente. Il gruppo è, infatti, al tempo stesso, sia un contenitore, sia un’esperienza.
Di  conseguenza  i gruppi psicoterapeutici  hanno proprietà curative che vanno  ben oltre il superamento del senso di alienazione, dell’isolamento sociale e della possibilità di condividere il proprio disagio con altre persone.

L’elaborazione delle vicende individuali avviene in relazione a quanto accade nel gruppo e ai fenomeni che nello stesso si manifestano, pertanto ogni evoluzione e crescita personale diviene un elemento utile e potenzialmente trasformativo per tutti.

Presupposto teorico della gruppoanalisi è che gli accadimenti psichici non avvengono solo come fatto interno agli individui e al loro mondo, ma soprattutto nello spazio relazionale esistente fra loro. (Lo Verso G. 1994)

La terapia di gruppo infatti  non si  basa unicamente  sulla relazione tra terapeuta-gruppo ma prende in esame il gruppo familiare, il gruppo di lavoro, il gruppo di amici, il gruppo allargato della società che ogni paziente ha interiorizzato dentro di se.

Nella psicoterapia di gruppo la relazione è stabilita direttamente con “l’alterità” cioè con il “gruppo. Lo “spazio” del gruppo da la possibilità ai partecipanti di ricreare in  una sorta di  microcosmo le relazioni parentali e significative ed è  possibile vederle nel “qui ed ora”, dal vivo. Ciò   costituisce una forte spinta al cambiamento, che attraversa i piani di esperienza  di sé, della propria storia familiare, relazionale e culturale. (Lo Verso 1994)

Inoltre, è’ importante precisare, che nel gruppo c’è un concetto di scambio che va la di la dell’idea di essere generosi o altruisti. Più precisamente sussiste l’idea di dare senza perdere quello che si è dato o del ricevere senza portare via. Ciò non significa che la proprietà venga condivisa nel senso di essere “divisa”, e sembra richiedere una visione abbastanza diversa di proprietà, una visione in cui essa non sia posseduta privatamente, ma liberamente e accessibile a tutti. Infatti, si ritiene che ogni membro del gruppo trarrà beneficio se tutti i partecipanti sono aiutati ad aprirsi e a rendere pubblico ciò che si tengono stretti. Se il gruppo va bene viene riconosciuto che non si perde nulla nel rende il privato pubblico e ciò che viene svelato rimane proprietà privata, ma del gruppo piuttosto che del singolo individuo.( Zinkin L. 1996)

Accade di sovente che  il gruppo diventa parallelo ad una psicoterapia a due. In tal modo i pazienti possono vivere e comprendere meglio alcune caratteristiche delle loro relazioni in una situazione che è al tempo stesso naturale e complessa rispetto alla all’interazione a due voci della psicoterapia classica.

Principali funzioni terapeutiche del gruppo
Secondo Yalom, esistono dei fattori terapeutici universali che vanno al di la degli approcci teorici usato dallo psicoterapeuta:

universalità: il paziente prova sollievo nel capire  che tutti i suoi sintomi possano essere condivisi.  Inoltre la pluralità che caratterizza il gruppo è fonte, inevitabilmente, di notizie e chiarimenti sui problemi condivisi;

instillazione di speranza: L’incoraggiamento tra i vari componenti del gruppo  mobilità l’ottimismo tra i partecipanti e la sensazione di potercela fare;

cambiamento del copione familiare: I pazienti nel gruppo possono rivedere e rielaborare la storia del proprio gruppo originario, la famiglia, e di compiere riflessioni, valutazioni mai tentate prima, attraverso il costante confronto tra gruppo terapeutico e gruppo familiare;

altruismo: Tutte le azioni altruistiche che si verificano nel gruppo consentono un aumento dell’autostima e di reciproco aiuto che risultano essere fattori terapeutici;

sviluppo di tecniche di socializzazione: il gruppo svolge una fondamentale funzione di specchio. I partecipanti attraverso feedback e risposte aiutano e sono aiutati nell’acquisizione di una più accurata autopercezione. La nuova consapevolezza è alla base per un successivo cambiamento di interazione sociale;

comportamento imitativo: ogni paziente ha la possibilità di osservare e prendere a modello gli aspetti positivi del comportamento degli altri partecipanti e del terapeuta;

apprendimento interpersonale: ogni partecipante, per migliorare la propria patologia, deve attraversare diversi stadi. In primo luogo è indispensabile rendersi conto delle proprie modalità di interazione sociale e delle conseguenze che esse hanno sugli altri e su se stesso, quindi, deve modificare tali modalità, attraverso la sperimentazione, nel gruppo, di nuovi comportamenti e infine deve verificare se essi risultano effettivamente più adeguati e rispettosi per tutti;

coesione di gruppo: i partecipanti sperimentano la sensazione che qualcosa di importante sta per avvenire all’interno di un contesto protetto e accogliente. La coesione di gruppo altro non è che la percezione dell’esistenza di un setting o un contenitore le cui “pareti” sono formate dai vari membri e dalla loro voglia di far parte del gruppo;

catarsi: il contesto gruppale sviluppa la potenzialità liberatoria attraverso l’immedesimazione nell’altro e nelle sue problematiche;

fattori esistenziali: non costituiscono di per se un fattore di cambiamento ma una consapevolezza necessaria affinché gli eventi avversi della vita possano essere vissuti con meno drammaticità. Essi comprendono la responsabilità, la solitudine, il senso dell’esistenza, la morte.

Tipologie di Gruppi

Esistono diverse tipologie di gruppi: (oltre alle  consuete differenze date dall’orientamento teorico dello psicoterapeuta  di gruppo: psicodinamico, sistemico-relazionale, di analisi transizionale, ecc.)

Gruppi direttivi/gruppi non direttivi: nei primi il terapeuta conduce la comunicazione tra i partecipanti  stabilendo tempi e ritmi delle domande e delle risposte. Nei gruppi non direttivi la comunicazione tra le persone fluisce liberamente. Il terapeuta  fa degli interventi soltanto quando lo ritiene opportuno, per evidenziare alcuni contenuti.

Gruppi chiusi/gruppi aperti: nei gruppi chiusi il lavoro ha una data di inizio ed una di fine prestabilite, alle quali tutti i partecipanti devono attenersi. Nei gruppi aperti le persone hanno la possibilità di  inserirsi nel gruppo ed uscirne quando  lo desiderano.

Gruppi omogenei/gruppi disomogenei: i gruppi omogenei sono formati  da persone che presentano uno stesso problema, in quelli disomogenei, invece, ci  sono persone con problematiche diverse.

Gruppi verbali/gruppi agiti: nei gruppi verbali le emozioni si esprimono attraverso la parola, nei non verbali, invece, le emozioni possono essere “agite“, cioè messe in atto tramite role-playing (giochi di ruolo), o  “recitate” come accade nello psicodramma analitico.

Gruppi di mutuo-aiuto: la peculiarità principale di tali gruppi  è che non c’è uno psicoterapeuta a guidare il gruppo ma un helper, ossia  una persona che ha già trattato  e elaborato in gruppo il problema e lo ha superato (es. alcolisti anonimi).

Lo Psicodramma Analitico:  i partecipanti “drammatizzano” una vicenda di vita di un membro del gruppo, che è affiorata durante una  discussione collettiva. Ciascuno “recita” uno dei personaggi. Il protagonista “recita” sia se stesso che il ruolo antagonista. Al termine dell’esperienza in gruppo ognuno “restituisce” i propri vissuti per poi lasciare spazio ad un dibattito collettivo.

La psicoterapia di gruppo, nelle sue varie accezioni, si muove su tre dimensioni principali:

  • l’Analisi di gruppo (Bion, Ezriel)
  • l’Analisi in gruppo (Slavson, Wolf)
  • l’Analisi attraverso il gruppo (Foulkes)

Nel primo caso, le dinamiche interattive ed il materiale clinico portato dai componenti del gruppo analitico sono focalizzate sull’analisi del gruppo in quanto tale (più che dei suoi componenti);

nel secondo, il focus è sull’analisi individuale dei singoli componenti, facilitata dai processi interattivi del gruppo;

nel terzo, l’analisi si pone in una posizione intermedia, e si approfondiscono sia i processi individuali attraverso il gruppo, sia quelli del gruppo attraverso i contributi dei suoi componenti.

Esistono, infine,  gruppi che non hanno scopi  terapeutici, ma sono gruppi di confronto e esplorazione  vengono chiamati gruppi di discussione o gruppi tematici. Ci si incontra  per un preciso numero di volte  per discutere intorno ad un argomenti quali la comunicazione, le relazioni affettive, i ruoli stereotipati all’interno della famiglia, gruppi di genitori in attesa della nascita del figlio, ecc;, il conduttore del gruppo  stimolerà e farà emergere i contenuti emozionali profondi o latenti dei membri del gruppo, aiutandoli  nel prendere  consapevolezza dei loro sentimenti e comportamenti in relazione alla tematica presa in esame.

A cura della Dott.ssa Raffaella Grassi

Bibliografia:

DI MARIA F., LO VERSO G. (a cura di) (1995), La psicodinamica dei gruppi. Teoria e tecniche, Raffaello Cortina Editore, Milano.

LO VERSO G., VINCI S., 1990, Il gruppo nel lavoro clinico, Giuffré Editore, Milano, 1990

LO VERSO, G., et al. (1994) Le relazioni oggettuali. Bollati Boringhieri. Torino

ZINKIN, L., (1996) lo scambio come fattore terapeutico nella gruppo analisi in Brown D. e Zinkin  L.(1996) (a cura di)  La psiche e il mondo sociale, Raffaello Cortina Editore Milano

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Le professioni PSY

Penso sia importante, per l‘intento con cui  ho aperto questo blog, fare chiarezza in un ambito dove c’è ancora molta confusione: chi è e cosa fa  uno psicologo, uno psicoterapeuta, uno psicoanalista e uno psichiatra? E quali sono le differenze tra l’uno e l’altro?

Requisiti per diventare psicologo:

  • laurea in psicologia;
  • essere iscritto all’Ordine degli Psicologi di una regione italiana.

Chi è  e cosa fa lo  psicologo?

Uno psicologo è una persona  laureata in psicologia che è abilitata alla professione di psicologo (dopo aver  superato  l’esame di stato) ed è iscritta all’ordine degli psicologi della propria regione.

Ci sono nelle università molti  indirizzi formativi  che  offrono competenze diverse alla figura professionale di psicologo. Quindi, questi ultimi, hanno una preparazione differenziata nelle varie specialità. Infatti lo psicologo può  fare uso di diversi  strumenti esplorativi, conoscitivi e di intervento con obiettivi rivolti alla  prevenzione, diagnosi, ad attività di sostegno, abilitazione/riabilitazione  diretti  alla singola  persona, al gruppo,  alle comunità, e alle organizzazioni.

Inoltre, lo psicologo, non essendo laureato in medicina, non può prescrivere farmaci,nel caso  avesse anche una laurea in medicina oltre a quella in psicologia lo può fare.

Requisiti per diventare psicoterapeuta:

  • laurea in psicologia o in medicina e chirurgia;
  • essere iscritto all’Ordine degli Psicologi di una regione italiana;
  • aver frequentato una scuola di specializzazione riconosciuta dallo Stato che permette l’iscrizione all’albo degli psicoterapeuti.

Chi è e cosa fa uno Psicoterapeuta?

Per diventare psicoterapeuta si può essere laureati in psicologia e/o in medicina, dopo si deve intraprendere  una scuola di specializzazione di 4 anni presso una scuola universitaria o presso una scuola riconosciuta con decreto del MURST (Ministero dell’Università della Ricerca Scientifica e Tecnologica). riconosciuta dallo stato. In molti casi inoltre la formazione dello psicoterapeuta è arricchita anche da un percorso di analisi didattica personale. L’ambito di intervento dello psicoterapeuta va oltre il lavoro di diagnosi, valutazione e consulenza   proprio  perché si occupa nello specifico di terapia, quindi scende più in profondità consentendo  di operare esplicitamente  sui malesseri del soggetto mediante  l’impiego  di tecniche diverse che sono legate alla teoria di riferimento del professionista stesso.

La psicoterapia è stata  da molti definita “talking cure”, ossia cura mediante la  parola. Uno degli strumenti fondamentali è infatti il colloquio. Alcuni psicoterapeuti provengono da una laurea in medicina e hanno optato per una specializzazione anziché in psichiatria in psicoterapia, scegliendo,  “le parole della talking cure” alle pillole della psichiatria tradizionale. Una volta conseguita la specializzazione in  psicoterapia sarà possibile iscriversi all’albo degli psicoterapeuti.

La psicoterapia può essere, a seconda del numero dei soggetti chiamati in causa: psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia (due soggetti), psicoterapia famigliare e psicoterapia di gruppo (fino a 12 persone).

Inoltre le scuole di specializzazione sono molte e piuttosto diverse fra loro. Ognuna di esse nasce da un quadro teorico differente, che non è obbligatoriamente discordante con gli altri: la prova di questo sta nel fatto che molti psicoterapeuti  usano, in modo integrato, tecniche derivanti da modelli teorici diversi.

Requisiti per diventare psicoanalista:

  • laurea in medicina o laurea in psicologia;
  • iscrizione all’ordine dei Medici  o all’ordine degli Psicologi di una regione italiana;
  • aver frequentato una scuola di formazione in psicoanalisi.

Chi è  e cosa fa lo  psicoanalista?

Lo psicanalista è uno psicoterapeuta con una formazione psicoanalitica, che per diventare tale, deve necessariamente sottoporsi in prima persona ad un’analisi personale che può avere una durata variabile (in genere qualche anno) con il fine di risolvere eventuali conflitti personali irrisolti e di acquisire maggiori competenze professionali Nell’ambito degli psicoanalisti ci possono essere vari orientamenti. I più conosciuti sono gli psicoanalisti Freudiani che si rifanno in gran parte ai modelli teorici del padre della psicoanalisi. Poi ci sono altri psicoanalisti, che si ispirano alle teorie proposte da Freud attribuendo però un peso differente alle diverse componenti della teoria dello sviluppo psicosessuale originale, introducendo anche elementi nuovi.

Requisiti per diventare psichiatra:

  • laurea in medicina ;
  • aver superato l’ammissione all’Ordine dei Medici;
  • essersi successivamente specializzato in psichiatria.

Chi è e cosa fa lo psichiatra?

Lo psichiatra è un laureato in medicina, iscritto all’ordine dei medici, e specializzato in psichiatria. Il percorso formativo dello psichiatra fa sì che abbia una preparazione dettagliata sugli aspetti biologici delle patologie psichiche. Lo psichiatra, in quanto laureato in medicina, può somministrare farmaci e psicofarmaci,  e quasi sempre il suo intervento è diretto al trattamento farmacologico. In certe circostanze l’uso dei farmaci è fondamentale, però a volte, questi possono  impedire di “vedere” il problema che potrebbe camuffarsi dietro il sintomo. Sarebbe quindi assai importante, in alcuni casi,  una collaborazione tra psichiatra e psicoterapeuta per consentire di affrontare il problema nelle sue varie sfaccettature.

A cura della Dott.ssa Raffaella Grassi

La narrazione ci aiuta a costruire significati

La vita non è quella che si è vissuta ma quella che si  ricorda e come la si  ricorda  per narrarla.

(G.G. Màrquez)

Tradizionalmente i fatti  sono considerati, per la loro concretezza e tangibilità, più  “sicuri” e stabili rispetto alle parole… Se ci si ferma a riflettere però si comprende che   la “parola” (quindi la narrazione) è un ponte  che mette in collegamento la realtà alla mente e che media l’attribuzione di significati.

Ciò assume maggior chiarezza se pensiamo a come sia pressoché improbabile una descrizione oggettiva  del mondo.
Consideriamo ad esempio un evento sociale oggettivo: una donna viene derubata del portafoglio in autobus. La vittima  racconta che lei è una persona piuttosto prudente e che si guarda sempre intorno … se per esempio è una persona che ha un vissuto di vittimismo e di passività può aggiungere alla sua storia: che  capitano sempre tutte a lei, che è sfortunata …, la stessa cosa potrebbe essere raccontata con toni meno tragici sottolineando il fatto che l’autobus era particolarmente affollato e quindi fatti del genere  è più facile che succedano…
Il fatto accaduto è lo stesso ma  la sua “narrazione” muta da un individuo ad un altro in quanto in ogni versione c’è inevitabilmente l’aspetto soggettivo, emotivo, psicologico da cui ognuno di noi non può esimersi…

J. Bruner (1987, 1991), ha studiato  questo fenomeno mettendo in relazione  il rapporto tra esperienza ed espressione della stessa; l’autore sostiene che quando “raccontiamo” qualcosa avviene uno strano fenomeno per cui un significato prevale in modo arbitrario sul flusso della nostra memoria, mettendo in  primo piano una causa e trascurandone un’altra.
Questa sorta di divieto di accesso prediletto alla definizione  oggettiva della realtà potrebbe generare sentimenti di insicurezza e di frustrazione… ma riflettendoci attentamente se così non fosse le nostre esistenze diventerebbero trascrizioni  settoriali  l’una dell’altra, le nostre reazioni, emozioni, sentimenti  sarebbero uniformate ai medesimi avvenimenti.

Il frutto della assidua descrizione degli eventi della vita diventa una biografia caratterizzata da una storia principale, ovvero da un tema centrale che è il fulcro della propria vita mentale e che può rappresentare la chiave della sofferenza di un individuo. In quest’ultimo caso, il tema dominante diviene un nodo che limita il proseguimento della storia (la propria vita) e la progettazione del futuro. Talvolta il riproporsi di una storia tossica nella biografia viene attribuito al caso o alla sfortuna, ma ciò spesso è frutto dei limiti imposti a se stessi e agli altri dalla narrazione statica di cui ci si fa portatori. Ad esempio, se una persona ha subìto un abuso e accetta la narrazione, più o meno esplicita, secondo cui essa ha contribuito a causare l’aggressione, tale storia rinarrata interiormente la spingerà a considerarsi colpevole e ciò potrebbe portarla ad alimentare atteggiamenti che autorizzino gli altri ad agire nuovi abusi.
Infatti, la narrazione, influenzando la percezione di sé, modifica atteggiamenti e comportamenti e può influenzare negativamente il futuro. Si tratta di un processo secondo il quale la teoria guida la pratica attraverso uno stretto rapporto che le narrazioni intrecciano con l’identità delle persone. Quest’ultima rappresenta un’immagine di se stessi prodotta interiormente, ma che si consolida e viene riconosciuta nell’interazione con altri, durante la quale avviene una continua produzione di narrazioni cooperative che è alla base della cosiddetta costruzione narrativa dell’identità (G. Mantovani 1999).

Cosa si intende per pensiero logico e pensiero narrativo

La  mente umana,  per nostra fortuna non funziona unicamente sui dati reali e presenti, ma ha una  capacità sopraffina:  quella di pensare e ed elaborare anche su dati che non sono attuali in quel dato momento nel percettivo.

Secondo J. Piaget (1965), infatti, Il pensiero si basa  sulla capacità rappresentativa, un’abilità che  si sviluppa intorno al 18° mese di vita e che consente di costruire un’immagine mentale di oggetti e situazioni.

L’occasione di liberarsi dal “piano della realtà” – o in altre parole analizzare elementi non necessariamente  presenti nell’istante in cui li si esaminano – è il fondamento sia del pensiero logico-paradigmatico sia del pensiero narrativo.

Differenze:

Il pensiero logico-paradigmatico consente di costruire concetti e categorie generali,  di riconoscere nessi causali tra gli eventi,  ma non è utilizzato per la risoluzione di problemi inerenti la sfera sociale.

Accanto al pensiero logico paradigmatico troviamo il pensiero narrativo che abbraccia  una logica legata alle  azioni umane (desideri, emozioni, affetti e credenze) e alle interazioni tra individui (regole e motivazioni sociali), questo tipo di pensiero assolve ad una funzione molto importante: da  senso e significato a quei contesti  percepiti, dal soggetto  come inspiegabili e incomprensibili, consentendo l’ attribuzione e costruzione di significato alle varie esperienze.

Bruner (1969,1996)  spiega tale processo evidenziando ben nove proprietà intrinseche al pensiero narrativo:

Le nove proprietà della narrazione

1.La sequenzialità: i fatti che vengono narrati  sono organizzati  attraverso una sequenza di tipo spazio-temporale.

2.La particolarità: il contenuto delle storie è un episodio preciso.

3.L’intenzionalità: è legata all’’interesse per le intenzioni umane che guidano le azioni attraverso scopi, opinioni e credenze.

4.L’opacità referenziale: il narrante, solitamente, descrive “rappresentazioni di eventi”  piuttosto che fatti oggettivi.  Questo perché in una narrazione le storie non devono essere necessariamente vere, ma verosimile, cioè possibili. Infatti il concetto di opacità referenziale indica che la rappresentazione ha valore, non in quanto si riferisce ad un evento concretamente esistente, ma in quanto rappresentazione dello stesso.

5.La componibilità ermeneutica: consiste nel legame esistente  tra le varie parti della narrazione ed il tutto, dal quale dipende l’interpretazione fornita.

6.La violazione della canonicità: Nella narrazione c’è una fase in cui le cose si snodano secondo le attese; questa  viene chiamata la dimensione “canonica” della narrazione. Quando, nella narrazione, si verificano fatti inaspettati si inverte la linearità. La narrazione, quindi, affronta al tempo stesso, la normalità e l’eccezionalità. Ogni persona cerca di “normalizzare” ciò che non è ritenuto socialmente condiviso mediante la “narrazione delle sue ragioni” o delle  sue intenzioni che danno un valore e  un significato all’eccezionale.

7. La composizione pentadica: in ogni storia esistono almeno cinque elementi: attore, azione, scopo, scena, strumento. Se questi elementi sono in armonia tra loro, la narrazione procede in modo regolare.

8.L’incertezza: la narrazione si snoda su un piano di realtà dubbio; in quanto si colloca   a metà strada tra realtà e rappresentazione, quindi gli interlocutori possono “contrattare” i significati da attribuire alla narrazione.

9.L’appartenenza ad un genere: ogni  narrazione può essere inserita in un suo genere o stile che tende a rimanere costante.

Costruzione del se’

La narrazione rappresenta anche, e soprattutto, la via attraverso cui dare forma alla propria identità. Quest’ultima si modella e si struttura mediante il narrarsi  agli altri, grazie a un processo di negoziazione di significati.  L’identità narrativa, emerge tutte le volte che ci presentiamo e ci raccontiamo  agli altri e a noi stessi, proprio perché lo facciamo in un modo unico e caratterizzante.  La costruzione dei significati è un processo sociale che nasce e si sviluppa all’interno di un contesto storicamente e culturalmente determinato. Il soggetto quando racconta la propria vita, attua, al tempo stesso,un processo si assimilazione e distinzione dagli altri. Ricoeur (1993), a tale proposito, sostiene che quando una persona definisce se stessa, analizza due aspetti diversi dell’identità, l’identità “idem” e l’identità “ipse”.

L’identità idem appare nel racconto quando il soggetto delimita il proprio sé attraverso schemi sociali condivisi. In altre parole il soggetto opera un processo di normalizzazione della propria vita, “raccontando” il  solito tram tram quotidiano, uniformandola a  quella degli altri.

L’identità ipse, al contrario, si costruisce mediante i racconti che racchiudono elementi anomali rispetto ai canoni: eventi critici; ad esempio dei rischi che la persona ha corso o un’avventura voluta. Sono precisamente queste “deviazioni”, secondo l’autore, che trasmettono al soggetto la sensazione che quella vita che lui ha vissuto è “unicamente sua” e di nessun altro.  Quindi il soggetto afferma la propria individualità attraverso l’esperienza della trasgressione al tradizionale/conforme.

Il ruolo della narrazione nella psicoterapia:

Ma come si colloca e che importanza ha il concetto di narrazione nell’ambito del lavoro psicoterapeutico? L’attenzione che  lo psicologo clinico e lo  psicoterapeuta da alla storia portata dal paziente non si concentra unicamente sul contenuto ma  soprattutto  sul modo con cui il paziente la racconta, all’importanza della o delle “scene narrative” scelte. Il paziente spesso non è cosciente della sua  “preferenza” di una  “modalità narrativa”rispetto ad un’altra.  Il clinico, può attivare nel paziente un’attenzione al suo modo di raccontarsi,  se cioè ordina gli eventi in annales, se in cronache o già in forma di storia.

Narrandosi per annales, le persone fanno un enumerazione di fatti disposti in ordine cronologico, senza rapporti di causalità tra di loro e senza dipendenza  e progettualità. La cronaca è una narrazione in cui i fatti seguono un criterio di causalità, ma non valutabile perché già dato e aprioristico: “solo con la storia si giunge ad una narrazione sistematica che prevede anche un’esposizione critica e che etimologicamente rimanda non solo alla informazione ma anche all’indagine. Con la storia si completa un percorso e si da spazio all’interpretazione personale e critica degli eventi, gli oggetti dell’attenzione non possono essere contemplati come a se stanti ma acquistano significato solo se possono essere contestualizzati e analizzati” (Montesarchio 1998).

La “competenza”di raccontarsi  per mezzo di  una storia può essere considerata il risultato  del lavoro psicoterapeutico “cioè passaggio dagli annales alla storia dove la competenza non è limitata alla Storia solo come opportunità ricostruttiva di quanto è accaduto, ma proprio come modello di lettura  dei fenomeni incorniciati in un divenire dialettico. Dove l’abilità sta’ nell’utilizzare strumenti con i quali si possono costruire previsioni, pensare obiettivi e produrre cambiamenti” (G. Montesarchio 1998).

Polster,  (1984), prende in esame la psicoterapia come un processo estetico-artistico. Il clinico, al pari dello scrittore, usa  i medesimi  parametri  selettivi e costruttivi nel generare una storia, con l’obiettivo di aiutare il paziente a “ri-scrivere” la sua biografia. In tal modo è come se il clinico e il paziente diventassero i co-narratori della nuova storia.

La cultura in cui viviamo  è intrisa di  sistemi di credenze, valori, principi, ecc;  questi non sono considerati UNICAMENTE  come sistemi di eventi reali, ma anche “storie” e “racconti” che gli esseri umani si narrano per sostanziare, dare senso e interpretare la loro esperienza. Vista in quest’ottica, anche la “patologia” può essere vista come una particolare struttura narrativa, e la terapia un intervento su di essa .

Il clinico nel contesto psicoterapeutico lavora insieme  al  paziente  sulle “realtà narrative” che quest’ultimo porta attraverso i suoi racconti. Al terapeuta non interessa se quelle realtà siano “veramente” accadute oppure no; ciò che a lui interessa è la ricostruzione che il cliente fa di ciò che è avvenuto.

Nel momento in cui si racconta qualcosa che appartiene al proprio passato, infatti, non lo si rivive, lo si ricostruisce. “All’autore, pur sempre a qualcuno rivolgendosi, preme il gusto del ricordare non per fatti quanto piuttosto per significati tratti dall’esperienza e quindi per riflessioni” (Demetrio, 1995, pp.72).

Il qui ed ora della del lavoro psicoterapeutico diventa il luogo e il tempo fertile all’interno del quale iniziare a vivere esperienze nuove, nuovi modi di sentire, versioni diverse della propria esistenza e, quindi, nuovi racconti. Il clinico, infatti,  può facilitare nel paziente una sorta di “narrazione creativa”: a quest’ultimo viene data la possibilità di riaprire un copione, una storia (la  sua vita) che si  ripete sistematicamente nello stesso modo; può “riconsiderare” il finale, perché  gli viene offerta l’opportunità  di togliere la parola fine. Ovviamente, non rientra nel ruolo dello psicoterapeuta  proporre una storia diversa, egli può limitarsi a dare degli stimoli, a mettere in “figura” qualcosa che è sullo sfondo. Infine, potremo affermare che le persone scelgono di iniziare un lavoro psicoterapeutico, proprio perché le “loro storie” non sono  più  in grado di dare un senso accettabile alle proprie esperienze.

A cura della Dott.ssa Raffella Grassi

Bibliografia:

  • Bruner J., (1969), Trad. It. Il pensiero. Strategie e categorie, Armando, Roma
  • Bruner J., (1987), Life is narrative, Social Reaserch, 54, 11-32.
  • Bruner J., (1991), La costruzione narrativa della realtà. In Ammaniti M., Stern D., (a cura di) Rappresentazioni e narrazioni, Laterza, Bari.
  • Bruner J., (1996), Trad it. La cultura dell’educazione, Feltrinelli, Milano
  • Demetrio, D., Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1995.
  • Mantovani G., (1999), La costruzione narrativa dell’identità. In Psicologia Contemporanea, 151, 18-25.
  • Montesarchio G. (1998), (a cura di ), Colloquio da manuale, Giuffrè editore, Milano
  • Montesarchio G. (1998), Il colloquio: il setting, in Montesarcho G. (1998) (a cura di), Colloquio da manuale, Giuffrè editore, Milano
  • Piaget J., (1965), Trad it. La rappresentazione del mondo nel fanciullo, Boringhieri, Torino.
  • Polster Erving , Ogni vita merita un romanzo. Quando raccontarsi è terapia, Casa Editrice Astrolabio, 1988
  • Ricoeur P., Sé come un altro, Milano, Jaka Book, 1993, p. 231.

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