La narrazione ci aiuta a costruire significati

La vita non è quella che si è vissuta ma quella che si  ricorda e come la si  ricorda  per narrarla.

(G.G. Màrquez)

Tradizionalmente i fatti  sono considerati, per la loro concretezza e tangibilità, più  “sicuri” e stabili rispetto alle parole… Se ci si ferma a riflettere però si comprende che   la “parola” (quindi la narrazione) è un ponte  che mette in collegamento la realtà alla mente e che media l’attribuzione di significati.

Ciò assume maggior chiarezza se pensiamo a come sia pressoché improbabile una descrizione oggettiva  del mondo.
Consideriamo ad esempio un evento sociale oggettivo: una donna viene derubata del portafoglio in autobus. La vittima  racconta che lei è una persona piuttosto prudente e che si guarda sempre intorno … se per esempio è una persona che ha un vissuto di vittimismo e di passività può aggiungere alla sua storia: che  capitano sempre tutte a lei, che è sfortunata …, la stessa cosa potrebbe essere raccontata con toni meno tragici sottolineando il fatto che l’autobus era particolarmente affollato e quindi fatti del genere  è più facile che succedano…
Il fatto accaduto è lo stesso ma  la sua “narrazione” muta da un individuo ad un altro in quanto in ogni versione c’è inevitabilmente l’aspetto soggettivo, emotivo, psicologico da cui ognuno di noi non può esimersi…

J. Bruner (1987, 1991), ha studiato  questo fenomeno mettendo in relazione  il rapporto tra esperienza ed espressione della stessa; l’autore sostiene che quando “raccontiamo” qualcosa avviene uno strano fenomeno per cui un significato prevale in modo arbitrario sul flusso della nostra memoria, mettendo in  primo piano una causa e trascurandone un’altra.
Questa sorta di divieto di accesso prediletto alla definizione  oggettiva della realtà potrebbe generare sentimenti di insicurezza e di frustrazione… ma riflettendoci attentamente se così non fosse le nostre esistenze diventerebbero trascrizioni  settoriali  l’una dell’altra, le nostre reazioni, emozioni, sentimenti  sarebbero uniformate ai medesimi avvenimenti.

Il frutto della assidua descrizione degli eventi della vita diventa una biografia caratterizzata da una storia principale, ovvero da un tema centrale che è il fulcro della propria vita mentale e che può rappresentare la chiave della sofferenza di un individuo. In quest’ultimo caso, il tema dominante diviene un nodo che limita il proseguimento della storia (la propria vita) e la progettazione del futuro. Talvolta il riproporsi di una storia tossica nella biografia viene attribuito al caso o alla sfortuna, ma ciò spesso è frutto dei limiti imposti a se stessi e agli altri dalla narrazione statica di cui ci si fa portatori. Ad esempio, se una persona ha subìto un abuso e accetta la narrazione, più o meno esplicita, secondo cui essa ha contribuito a causare l’aggressione, tale storia rinarrata interiormente la spingerà a considerarsi colpevole e ciò potrebbe portarla ad alimentare atteggiamenti che autorizzino gli altri ad agire nuovi abusi.
Infatti, la narrazione, influenzando la percezione di sé, modifica atteggiamenti e comportamenti e può influenzare negativamente il futuro. Si tratta di un processo secondo il quale la teoria guida la pratica attraverso uno stretto rapporto che le narrazioni intrecciano con l’identità delle persone. Quest’ultima rappresenta un’immagine di se stessi prodotta interiormente, ma che si consolida e viene riconosciuta nell’interazione con altri, durante la quale avviene una continua produzione di narrazioni cooperative che è alla base della cosiddetta costruzione narrativa dell’identità (G. Mantovani 1999).

Cosa si intende per pensiero logico e pensiero narrativo

La  mente umana,  per nostra fortuna non funziona unicamente sui dati reali e presenti, ma ha una  capacità sopraffina:  quella di pensare e ed elaborare anche su dati che non sono attuali in quel dato momento nel percettivo.

Secondo J. Piaget (1965), infatti, Il pensiero si basa  sulla capacità rappresentativa, un’abilità che  si sviluppa intorno al 18° mese di vita e che consente di costruire un’immagine mentale di oggetti e situazioni.

L’occasione di liberarsi dal “piano della realtà” – o in altre parole analizzare elementi non necessariamente  presenti nell’istante in cui li si esaminano – è il fondamento sia del pensiero logico-paradigmatico sia del pensiero narrativo.

Differenze:

Il pensiero logico-paradigmatico consente di costruire concetti e categorie generali,  di riconoscere nessi causali tra gli eventi,  ma non è utilizzato per la risoluzione di problemi inerenti la sfera sociale.

Accanto al pensiero logico paradigmatico troviamo il pensiero narrativo che abbraccia  una logica legata alle  azioni umane (desideri, emozioni, affetti e credenze) e alle interazioni tra individui (regole e motivazioni sociali), questo tipo di pensiero assolve ad una funzione molto importante: da  senso e significato a quei contesti  percepiti, dal soggetto  come inspiegabili e incomprensibili, consentendo l’ attribuzione e costruzione di significato alle varie esperienze.

Bruner (1969,1996)  spiega tale processo evidenziando ben nove proprietà intrinseche al pensiero narrativo:

Le nove proprietà della narrazione

1.La sequenzialità: i fatti che vengono narrati  sono organizzati  attraverso una sequenza di tipo spazio-temporale.

2.La particolarità: il contenuto delle storie è un episodio preciso.

3.L’intenzionalità: è legata all’’interesse per le intenzioni umane che guidano le azioni attraverso scopi, opinioni e credenze.

4.L’opacità referenziale: il narrante, solitamente, descrive “rappresentazioni di eventi”  piuttosto che fatti oggettivi.  Questo perché in una narrazione le storie non devono essere necessariamente vere, ma verosimile, cioè possibili. Infatti il concetto di opacità referenziale indica che la rappresentazione ha valore, non in quanto si riferisce ad un evento concretamente esistente, ma in quanto rappresentazione dello stesso.

5.La componibilità ermeneutica: consiste nel legame esistente  tra le varie parti della narrazione ed il tutto, dal quale dipende l’interpretazione fornita.

6.La violazione della canonicità: Nella narrazione c’è una fase in cui le cose si snodano secondo le attese; questa  viene chiamata la dimensione “canonica” della narrazione. Quando, nella narrazione, si verificano fatti inaspettati si inverte la linearità. La narrazione, quindi, affronta al tempo stesso, la normalità e l’eccezionalità. Ogni persona cerca di “normalizzare” ciò che non è ritenuto socialmente condiviso mediante la “narrazione delle sue ragioni” o delle  sue intenzioni che danno un valore e  un significato all’eccezionale.

7. La composizione pentadica: in ogni storia esistono almeno cinque elementi: attore, azione, scopo, scena, strumento. Se questi elementi sono in armonia tra loro, la narrazione procede in modo regolare.

8.L’incertezza: la narrazione si snoda su un piano di realtà dubbio; in quanto si colloca   a metà strada tra realtà e rappresentazione, quindi gli interlocutori possono “contrattare” i significati da attribuire alla narrazione.

9.L’appartenenza ad un genere: ogni  narrazione può essere inserita in un suo genere o stile che tende a rimanere costante.

Costruzione del se’

La narrazione rappresenta anche, e soprattutto, la via attraverso cui dare forma alla propria identità. Quest’ultima si modella e si struttura mediante il narrarsi  agli altri, grazie a un processo di negoziazione di significati.  L’identità narrativa, emerge tutte le volte che ci presentiamo e ci raccontiamo  agli altri e a noi stessi, proprio perché lo facciamo in un modo unico e caratterizzante.  La costruzione dei significati è un processo sociale che nasce e si sviluppa all’interno di un contesto storicamente e culturalmente determinato. Il soggetto quando racconta la propria vita, attua, al tempo stesso,un processo si assimilazione e distinzione dagli altri. Ricoeur (1993), a tale proposito, sostiene che quando una persona definisce se stessa, analizza due aspetti diversi dell’identità, l’identità “idem” e l’identità “ipse”.

L’identità idem appare nel racconto quando il soggetto delimita il proprio sé attraverso schemi sociali condivisi. In altre parole il soggetto opera un processo di normalizzazione della propria vita, “raccontando” il  solito tram tram quotidiano, uniformandola a  quella degli altri.

L’identità ipse, al contrario, si costruisce mediante i racconti che racchiudono elementi anomali rispetto ai canoni: eventi critici; ad esempio dei rischi che la persona ha corso o un’avventura voluta. Sono precisamente queste “deviazioni”, secondo l’autore, che trasmettono al soggetto la sensazione che quella vita che lui ha vissuto è “unicamente sua” e di nessun altro.  Quindi il soggetto afferma la propria individualità attraverso l’esperienza della trasgressione al tradizionale/conforme.

Il ruolo della narrazione nella psicoterapia:

Ma come si colloca e che importanza ha il concetto di narrazione nell’ambito del lavoro psicoterapeutico? L’attenzione che  lo psicologo clinico e lo  psicoterapeuta da alla storia portata dal paziente non si concentra unicamente sul contenuto ma  soprattutto  sul modo con cui il paziente la racconta, all’importanza della o delle “scene narrative” scelte. Il paziente spesso non è cosciente della sua  “preferenza” di una  “modalità narrativa”rispetto ad un’altra.  Il clinico, può attivare nel paziente un’attenzione al suo modo di raccontarsi,  se cioè ordina gli eventi in annales, se in cronache o già in forma di storia.

Narrandosi per annales, le persone fanno un enumerazione di fatti disposti in ordine cronologico, senza rapporti di causalità tra di loro e senza dipendenza  e progettualità. La cronaca è una narrazione in cui i fatti seguono un criterio di causalità, ma non valutabile perché già dato e aprioristico: “solo con la storia si giunge ad una narrazione sistematica che prevede anche un’esposizione critica e che etimologicamente rimanda non solo alla informazione ma anche all’indagine. Con la storia si completa un percorso e si da spazio all’interpretazione personale e critica degli eventi, gli oggetti dell’attenzione non possono essere contemplati come a se stanti ma acquistano significato solo se possono essere contestualizzati e analizzati” (Montesarchio 1998).

La “competenza”di raccontarsi  per mezzo di  una storia può essere considerata il risultato  del lavoro psicoterapeutico “cioè passaggio dagli annales alla storia dove la competenza non è limitata alla Storia solo come opportunità ricostruttiva di quanto è accaduto, ma proprio come modello di lettura  dei fenomeni incorniciati in un divenire dialettico. Dove l’abilità sta’ nell’utilizzare strumenti con i quali si possono costruire previsioni, pensare obiettivi e produrre cambiamenti” (G. Montesarchio 1998).

Polster,  (1984), prende in esame la psicoterapia come un processo estetico-artistico. Il clinico, al pari dello scrittore, usa  i medesimi  parametri  selettivi e costruttivi nel generare una storia, con l’obiettivo di aiutare il paziente a “ri-scrivere” la sua biografia. In tal modo è come se il clinico e il paziente diventassero i co-narratori della nuova storia.

La cultura in cui viviamo  è intrisa di  sistemi di credenze, valori, principi, ecc;  questi non sono considerati UNICAMENTE  come sistemi di eventi reali, ma anche “storie” e “racconti” che gli esseri umani si narrano per sostanziare, dare senso e interpretare la loro esperienza. Vista in quest’ottica, anche la “patologia” può essere vista come una particolare struttura narrativa, e la terapia un intervento su di essa .

Il clinico nel contesto psicoterapeutico lavora insieme  al  paziente  sulle “realtà narrative” che quest’ultimo porta attraverso i suoi racconti. Al terapeuta non interessa se quelle realtà siano “veramente” accadute oppure no; ciò che a lui interessa è la ricostruzione che il cliente fa di ciò che è avvenuto.

Nel momento in cui si racconta qualcosa che appartiene al proprio passato, infatti, non lo si rivive, lo si ricostruisce. “All’autore, pur sempre a qualcuno rivolgendosi, preme il gusto del ricordare non per fatti quanto piuttosto per significati tratti dall’esperienza e quindi per riflessioni” (Demetrio, 1995, pp.72).

Il qui ed ora della del lavoro psicoterapeutico diventa il luogo e il tempo fertile all’interno del quale iniziare a vivere esperienze nuove, nuovi modi di sentire, versioni diverse della propria esistenza e, quindi, nuovi racconti. Il clinico, infatti,  può facilitare nel paziente una sorta di “narrazione creativa”: a quest’ultimo viene data la possibilità di riaprire un copione, una storia (la  sua vita) che si  ripete sistematicamente nello stesso modo; può “riconsiderare” il finale, perché  gli viene offerta l’opportunità  di togliere la parola fine. Ovviamente, non rientra nel ruolo dello psicoterapeuta  proporre una storia diversa, egli può limitarsi a dare degli stimoli, a mettere in “figura” qualcosa che è sullo sfondo. Infine, potremo affermare che le persone scelgono di iniziare un lavoro psicoterapeutico, proprio perché le “loro storie” non sono  più  in grado di dare un senso accettabile alle proprie esperienze.

A cura della Dott.ssa Raffella Grassi

Bibliografia:

  • Bruner J., (1969), Trad. It. Il pensiero. Strategie e categorie, Armando, Roma
  • Bruner J., (1987), Life is narrative, Social Reaserch, 54, 11-32.
  • Bruner J., (1991), La costruzione narrativa della realtà. In Ammaniti M., Stern D., (a cura di) Rappresentazioni e narrazioni, Laterza, Bari.
  • Bruner J., (1996), Trad it. La cultura dell’educazione, Feltrinelli, Milano
  • Demetrio, D., Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1995.
  • Mantovani G., (1999), La costruzione narrativa dell’identità. In Psicologia Contemporanea, 151, 18-25.
  • Montesarchio G. (1998), (a cura di ), Colloquio da manuale, Giuffrè editore, Milano
  • Montesarchio G. (1998), Il colloquio: il setting, in Montesarcho G. (1998) (a cura di), Colloquio da manuale, Giuffrè editore, Milano
  • Piaget J., (1965), Trad it. La rappresentazione del mondo nel fanciullo, Boringhieri, Torino.
  • Polster Erving , Ogni vita merita un romanzo. Quando raccontarsi è terapia, Casa Editrice Astrolabio, 1988
  • Ricoeur P., Sé come un altro, Milano, Jaka Book, 1993, p. 231.

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Le nuove dipendenze: patologie dei tempi moderni…

L’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la dipendenza patologica una condizione psichica e anche fisica che nasce  dall’interazione tra un organismo vivente e una sostanza tossica. Le risposte comportamentali dell’organismo vivente, coinvolto, si manifestano attraverso un bisogno compulsivo di assumere una determinata  sostanza in modo continuativo allo scopo di provare i suoi effetti psichici e talvolta di evitare il malessere della sua privazione.

Analogamente il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM-IV-TR (APA, 2000) tratta la nozione di dipendenza come l’uso di sostanze psicoattive.

Oggi il concetto di dipendenza  non  comprende esclusivamente  aspetti  collegati all’assunzione di sostanze.  Oggetto di studio e di ricerca, in quest’ottica, diventano le relazioni e comportamenti  disfunzionali  concernenti difficoltà relazionali, stili di vita, oggetti, consumi, gestione del tempo, contatto con la realtà e con il mondo esterno.

Generalmente le dipendenze alle quali si fa riferimento sono:

–          la dipendenza dalle nuove tecnologie e dal gioco;

–          la dipendenza in rapporto al cibo;

–          la dipendenza attraverso le relazioni;

–          la dipendenza attraverso la società

Il fenomeno colpisce uniformemente ogni classe sociale, uomini, donne, bambini anziani  tanto da indicare la sua enorme diffusione e soprattutto la sua  pericolosità.

Molte ricerche testimoniano  come sia le dipendenze comportamentali (Nuove Dipendenze) sia quelle relative all’uso di sostanze hanno delle similitudini nel loro aspetto fenomenologico:

– l’impossibilità di resistere all’impulso di mettere in atto il comportamento (compulsività);
– un sentimento di crescente tensione che anticipa immediatamente l’inizio del comportamento (carving1 );
– una sensazione di sollievo durante la messa in atto del comportamento;
– forte sensazione di perdita di controllo;

Ma vediamo nello specifico quali sono le nuove dipendenze (già sopra elencate):

  • LA DIPENDENZA DALLE NUOVE TECNOLOGIE E DAL GIOCO.

In essa sono compresi i fenomeni quali l’Internet Addiction, la dipendenza da cellulare, la dipendenza dalla televisione,  la dipendenza da e-mail.

Nella dipendenza da gioco rientrano invece,  non solo, il gioco d’azzardo ma anche  il  giocare al lotto, al superenalotto, al gratta e vinci, al bingo, e il fare  scommesse, ecc.

Dipendenza da Internet: è stata descritta come un ‘rifugio per la mente’ e un nuovo modo di affrontare le relazioni interpersonali. Il rischio si ha quando tutto ciò diventa invalidante. Quando il bisogno di andare in rete  diventa una vera e propria ossessione, il soggetto che si trova, per qualche motivo, a stare lontano dal computer, avverte ansia, depressione, nausea, vomito, crampi, fino ad arrivare a casi di crisi epilettiche o presunte tali. I drogati da computer, quindi , avvertono gli stessi sintomi dei tossicodipendenti.

La dipendenza da cellulare: Le vittime di questa sindrome sono soprattutto i giovanissimi, tra i 13 e i 16 anni. Questi, controllano in modo ossessivo gli sms ricevuti, e a volte passano notti insonni per spedire messaggi. Tale sindrome,  secondo gli esperti,  può condurre gradualmente a seri disturbi fisiologici.

La dipendenza da televisione: Generalmente, si considera dipendente, chi  fruisce di questo mezzo per oltre 40 ore alla settimana (un tempo pari a quello dedicato al lavoro). Spesso, accade, in maniera direttamente proporzionale, che più le persone drogate di televisione guardano il loro elettrodomestico preferito, più lo odiano, ma non riescono a farne a meno. Per questi soggetti la TV diventa una sorta di sedativo, se  per qualche motivo sono impossibilitati a fare uso della TV possono diventare molto aggressivi.

  • LA DIPENDENZA IN RAPPORTO AL CIBO

Nelle Nuove Dipendenze, sono presenti anche i disturbi alimentari, sono caratterizzati da una vera e propria ossessione nella “scelta” del cibo, detta Ortoressia ed dalla dipendenza da Sport o Bigoressia. In entrambi i casi si diventa dipendenti dal controllo della propria alimentazione che diventa per questo unico oggetto di attenzione della persona.

  • LA DIPENDENZA ATTRAVERSO LE RELAZIONI

Comprende il così detto Sexual Addiction ( dipendenza sessuale) che è definita come una relazione malata con il sesso. Essa si esprime con il bisogno irrefrenabile, e senza la possibilità di sottrarvisi con la sola forza di volontà,  di fare l’amore ovunque e comunque.

Il sesso praticato sex addicts non è ne gioioso, ne piacevole, ha valenze molto stressanti, implica sensi di colpa, vergogna, isolamento. Nella maggior parte dei casi, le persone coinvolte incorrono in separazioni, o comunque interruzioni violente dei rapporti di coppia, e anche nella perdita del proprio posto di lavoro. La sintomatologia si presenta sotto forma di ansia, depressione latente, impulsività, aggressività e ossessività.

Anche il fenomeno della cyber sex (simulazione, attraverso strumenti informatici e telematici, di rapporti sessuali  come se fossero reali) è in aumento: tra il 6 e l’8 per cento degli utenti di Internet. Nonostante tutto, però, sono ancora pochi,  coloro che decidono di chiedere aiuto, sia perché è difficile rendersi conto del problema, sia perché chi ne soffre spesso prova un forte senso di vergogna.

Nella dipendenza attraverso le relazioni è compresa  anche la dipendenza affettiva, riscontrabile in una molteplicità di rapporti affettivi che non  sono necessariamente i  rapporti di coppia

  • LA DIPENDENZA ATTRAVERSO LA SOCIETA’

Parliamo in tal senso della Sindrome da Shopping Compulsivo  e della Dipendenza da Lavoro.

Lo shopping compulsivo consiste nel comprare tutto quello che piace in modo irrefrenabile e reiterato, ciò ha  un effetto “pacificante” sulla psiche del soggetto per un tempo molto ristretto. Infatti,  generalmente, dopo qualche ora che è stato acquistato un qualsiasi oggetto, questo perde come per incanto interesse agli occhi dell’acquirente compulsivo. Inoltre questo comprare “voracemente” porta rapidamente ad un disastro finanziario,
Accade, inoltre, che gli oggetti acquistati  vengano, in un secondo momento, regalati con lo scopo sia di “sedare” il senso di colpa di averli inutilmente acquistati, sia  di auto stimolarsi ad un nuovo acquisto.

La dipendenza da lavoro o anche detta droga da lavoro: Le persone colpite (molti dei quali manager) arrivano a lavorare fino a 22 ore al giorno, e raccontano spesso, ai loro familiari, di essere stati in palestra o a praticare altri hobby  per nascondere il loro comportamento. Queste persone quando vanno a lavorare provano un sentimento di gratificazione profonda perché spesso sono idolatrate per il loro  impegno cosi cospicuo, ma questo ‘impegno’ è destinato a trasformarsi in una malattia. Le persone colpite presentano  disturbi sia sul versante  somatico: mangiano e bevono poco fino ad arrivare a un deperimento organico, sia sul versante psichico:ansia, agorafobia e soprattutto depressione.

Sia nello shopping compulsivo, sia nella dipendenza da lavoro le relazioni sociali spesso si assottigliano dando luogo ad un graduale isolamento.

Alonso- Fernandez (1999) ha  fatto una sorta di categorizzazione di due tipi di dipendenza:

cosiddette sociali o legali:

  • droghe legali (tabacco, alcol, farmaci, ecc.)
  • mangiare,
  • lavorare,
  • fare acquisti,
  • giocare,
  • navigare sull’internet

dipendenze sociali o illegali ( droghe e comportamenti illegali):

  • oppiacei,
  • cocaina,
  • stuprare, ecc.

Questa categorizzazione, ci porta a due riflessioni:

  1. stimoli esterni, oggetti, modelli di comportamento possono diventare (potenzialmente) per chiunque “prodotti” di una dipendenza.
  2. affrontare  il problema delle nuove dipendenza  si presenta assai complicato, perché il fattore  sociale  influenza e rafforza la sintomatologia di un disturbo dipendente, qualsiasi esso sia.

Un esempio che rappresenta efficacemente il problema è l’esistenza dei tabagisti che sono aiutati (almeno apparentemente) dalla diffusione di farmaci in grado di facilitare la persona a smettere di fumare. Il consumo di tabacco, però, viene implicitamente rinforzato dalle multinazionali che producono sigarette. Tutto ciò ci fa comprendere come, frequentemente, le Nuove Dipendenze sono, spesso, ‘invischiate’ con il mercato sociale. Inizialmente le new addiction sono latenti, tendono a rimanere sullo sfondo, fintanto che entrano imponentemente nella vita dell’individuo creando un profondo disagio psicologico, problemi e conflitti familiari o, infine, disastrose conseguenze economiche. Quando, la persona, coinvolta, fa una domanda di aiuto, spesso, si presenta  per risolvere un problema  relazionale, copertura in realtà della sintomatologia dipendente.

La prevenzione:

Sarebbe di grande importanza creare dei percorsi di informazione e sensibilizzazione sul  fenomeno delle nuove dipendenze per poterne comprendere i segnali, e per comprendere come si possa intervenire.

Le  prime agenzie su cui operare la  prevenzione son senza alcun dubbio la famiglia e la scuola. Spesso, gli adolescenti e anche i preadolescenti fanno emergere il comportamento “dipendente” per assonanza con dei modelli familiari presi a riferimento.

Ci sono alcuni segnali che potrebbero aiutare un familiare a distinguere tra un comportamento compulsivo e un grande interesse per una data area o argomento (in sintesi segnali che indicano la  comparsa di una patologia)

Eccone alcuni:

– totale diniego della sintomatologia di stanchezza o stress invece assai visibile;

– negazione della dipendenza;

– programmare la  propria esistenza e la propria giornata intorno a quel determinato comportamento;

– una necessità primaria, irrinunciabile, di compiere l’atto;

– lamentarsi di una  di una forte  sensazione di stanchezza che però non porta il soggetto, in questione, a porre fine a quella  determina attività.

Il trattamento:
Gli interventi psicoterapeutici  si articolano in setting individuali, familiari, di gruppo. In alcuni casi sono previsti anche interventi farmacologici.

L’approccio cognitivo comportamentale e strategico: sono quelli più utilizzati.  Entrambi agiscono sulle distorsioni cognitive,  e promuovono l’elaborazione di strategie comportamentali utili al cambiamento del paziente,

La terapia  familiare: tra i principali obiettivi ha quello di migliorare la comunicazione fra i membri della famiglia e quindi trovare modalità alternative di stare insieme; tutti elementi che dovrebbero rinforzare e facilitare  l’interruzione dei comportamenti compulsivi del paziente.

L’approccio psicodinamico: cerca di aiutare il soggetto ad elaborare e  affrontare  i conflitti irrisolti che hanno generato i comportamenti di dipendenza.

A cura della Dott.ssa Raffaella Grassi

Bibliografia:

Alonso – Fernandez; Le altre droghe. Cibo sesso televisione acquisti gioco lavoro Edizioni Univ. Romane 1999

American Psychiatric Association (2000); DSM-IV-TR Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali: text revision, Milano, Masson, 2001.

note: 1 Negli anni ’40 il craving è stato definito come un forte desiderio compulsivo legato all’astinenza, successivamente il significato è stato esteso ad un desiderio della sostanza che può manifestarsi in qualsiasi momento (Ravenna,1997)

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L’intelligenza emotiva: questa sconosciuta…

Quando si parla di intelligenza, la si associa spesso al concetto di quoziente intellettivo, cioè la misurazione delle capacità ( in termini numerici e quantitativi) logico-matematiche, verbali e spaziali di un soggetto.

Tale misurazione si è rivelata piuttosto limitata qualora sia utilizzata come indice per fare una previsione dei risultati che una persona può raggiungere nella vita sociale e professionale; si è osservato, che ad un quoziente intellettivo piuttosto elevato equivale, spesso, un risvolto particolarmente poco brillante nell’ambito socio lavorativo.

Recenti studi, in campo  neurofisiologico, affermano che  la maggior parte delle nostre scelte e decisioni non corrispondono  ad  un esame scrupoloso e razionale dei pro e dei contro relativi alle diverse alternative possibili.

In molti casi, infatti, le facoltà razionali vengono potenziate dal nostro “sistema emotivo” che ci permette di comprendere e di utilizzare al meglio i nostri  vissuti interiori che ci indicherebbero la “soluzione”.

Quindi, si è sempre più portati a pensare, che la visione dell’ intelligenza espressa come un “distillato” di razionalità sia molto parziale. L’elemento razionale è solo un aspetto delle più ampie capacità e risorse che permettono all’uomo di confrontarsi con gli svariati contesti  e problematiche che la vita presenta. In un certo qual modo si potrebbe affermare che l’intelligenza legata al Q.I. vede l’uomo in una dimensione di staticità, l’intelligenza emotiva, invece, apre una prospettiva dinamica e trasformativa.

H.Gardner (H.Gardner 1994) nella formulazione della sua teoria delle  intelligenze multiple aveva già parlato di intelligenza emotiva chiamandola  l’intelligenza  personale che ha poi suddiviso in
interpersonale
intrapersonale

La prima indica la capacità di comprendere gli altri, i loro problemi, i loro atteggiamenti, la loro psicologia, i loro sentimenti.

La seconda individua l’attitudine a comprendere se stessi, di sapersi costruire un mondo interiore che offra stabilità e serenità emotiva.
Le persone che hanno  questo tipo di intelligenza sono  quelle che  vengono  definite ” persone sensibili”.  Sono coloro che diventano facilmente  leader naturali dei gruppi in cui si trovano ad agire.
Lo studio dell’intelligenza emotiva è stato ampliato e sviluppato da D. Goleman (D. Goleman 1995), il quale distingue due principali sottocategorie:

1. Le competenze personali: riferite alla capacità di  “sentire”  i molteplici  aspetti della propria vita emozionale;

2. le competenze sociali: relative alla modo con cui comprendiamo gli altri e ci relazioniamo ad essi.

L’intelligenza emotiva personale
Implica innanzitutto la capacità di riconoscere le proprie emozioni dando loro un nome. Ciò facilita il formarsi di  quella che viene chiamata “consapevolezza di sé”, che implica una sorta di auto monitoraggio delle proprie risorse interiori , delle proprie abilità e dei propri limiti. In questo modo sarà più facile “darsi un valore”. La consapevolezza di se  facilita e promuove la propria progettualità, il proporsi con incisività (quando sarà richiesto), l’ evidenziare i propri punti di vista e i propri diritti.

Anche quello che viene chiamato autocontrollo fa parte delle competenze personali. Quest’ultimo  implica la capacità di filtrare le proprie emozioni, ossia esprimerle in forme socialmente accettabili. Le persone che hanno delle difficoltà a gestire  le  emozioni personali, spesso manifestano forme di notevole aggressività, o al contrario, una esagerata chiusura  nei confronti degli altri, offrendo un’immagine di sé poco equilibrata.

Il concetto di padronanza di sé potrebbe alludere ad una certa rigidità e rigorosità assoluta; in realtà implica  innovazione e adattabilità, essere aperti a nuove idee,  ricercare e valutare soluzioni originali, senza che il timore del fallimento abbia un effetto  paralizzante. La padronanza di se comporta anche contattare i propri bisogni, riconoscerli e avviare o gestire il cambiamento.

L’intelligenza emotiva personale è profondamente collegata all’essere in grado di “mantenere alta  la propria motivazione” anche di fronte agli imprevisti, o agli insuccessi.

L’intelligenza emotiva sociale

Essere empatici significa far risuonare dentro di sé i sentimenti degli altri  senza dimenticare i propri, si sta vicino all’altro conservando i rispettivi confini. Si accolgono le emozioni altrui così come sono senza pregiudizio. Il comportamento empatico non “giudica” il modo in cui il prossimo prova un’emozione, che è ben diverso dal concetto di assentire o dissentire i comportamenti dell’altro! L’empatia incoraggia anche l’autonomia, le abilità e il rispetto delle differenze individuali, etniche e ideologiche. La diversità, in un’ottica empatica è vista come una risorsa da utilizzare e non da sopprimere.

Il saper comunicare in modo efficace è un’altra attitudine relativa all’intelligenza sociale. Una buona capacità comunicativa comprende il saper  trovare un livello  armonico tra  il contenuto del messaggio (le parole) e le  proprie   emozioni (espresse  attraverso il linguaggio del corpo).  Anche il saper ascoltare fa parte del  comunicare in modo efficace, nello specifico si esprime cercando di entrare nel punto di vista del nostro interlocutore e comunque condividendo, per quello che è  possibile, le sensazioni che esprime; da questa modalità è escluso il giudizio, ma anche il consiglio e il compito del “dover darsi da fare” per risolvere il problema.

Conclusioni

Fino Qualche decennio fa la cultura dominante poneva  le emozioni in secondo piano di  fronte alle attività della mente concernenti l’intelletto. Goleman, con il suo libro“Intelligenza emotiva”, ha dato finalmente  “cittadinanza” alle emozioni. L’autore sostiene che bisognerebbe cominciare a vedere le emozioni stesse come intelligenti, in grado di captare  informazioni piuttosto rilevanti.

Diventerebbe di grande importanza da parte delle  le istituzioni sociali (dalla famiglia alla scuola, dalle strutture sanitarie all’industria)  promuovere una “cultura”, in cui siano messe in risalto non solo competenze cognitive e tecniche, ma anche competenze emotive e relazionali.

L’intelligenza concernente il quoziente intellettivo si stabilizza verso i sedici anni, e comincia, poi, a scemare col passare degli anni. Al contrario, l’intelligenza emotiva si può apprendere e educare. Stimoli appropriati possono incoraggiare al riconoscimento delle emozioni proprie e altrui, a esprimerle e a rispettarle reciprocamente negli altri.

A cura della Dott.ssa Raffella Grassi

Bibliografia:

Gardner H; L’educazione delle intelligenze multiple, Anabasi, Milano, 1994

Goleman D; L’intelligenza emotiva Rizzoli, Milano 1995

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