Gruppi di parola rivolti alle vittime di abuso narcisistico

Gruppi di parola rivolti alle vittime di abuso narcisistico

L’auto svelamento nei pensieri simili da parte di altri membri del gruppo è meravigliosamente confortante e fornisce un’esperienza di “benvenuto nella razza umana”.


Irvin D. Yalom – Il dono della terapia

I gruppi di parola si ispirano ai gruppi di auto mutuo aiuto nati negli USA 1935, anno in cui nascono gli Alcolisti Anonimi. Lo scopo principale del Gruppo era aiutare i propri membri ad uscire dallo stato di dipendenza. L’ obbiettivo della nostra Associazione, con i gruppi di parola, è stato da sempre sopperire ad una realtà importante “la violenza psicologica” cercando di portare un supporto alle vittime di tale violenza, e nello specifico alle vittime di abuso narcisistico. Il gruppo di parola è formato da persone alla pari, cioè da persone che presentano tutte la stessa problematica ed è importante precisare che non è un gruppo di terapia, sicuramente se affiancato da un percorso psicologico individuale velocizza il processo di trasformazione ed elaborazione. Il Gruppo di parola aiuta la vittima ad arricchire le proprie risorse interne ed esterne grazie proprio al “senso comunitario” che ne attenua l’isolamento, facilitando la percezione di non essere gli unici e di non essere soli. Tra i “pari” che formano il gruppo ci sono persone che hanno avuto esperienze simili, che presentano gli stessi sintomi e stati animo. I membri di un gruppo possono supportarsi a vicenda, comunicare tra loro, ispirare e guidare chi è in difficoltà. E tutto ciò avviene senza giudizio.

Prima dell’avvento del covid la maggior parte dei gruppi (terapeutici, di sostegno, di auto mutuo aiuto, ecc;) si svolgevano in presenza, a seguito della pandemia si è stati costretti ad organizzare gruppi online ma con il passare del tempo questa modalità è risultata più funzionale alla partecipazione di molte persone che, per motivi di distanza geografica dalla sede fisica in cui si svolgevano inizialmente gli incontri non avrebbero potuto aderire.
Ad oggi, infatti, molti gruppi di parola sono composti da persone che si collegano da ogni parte dell’Italia e del mondo.
Ci si incontra on line, solitamente una volta al mese, ma tra un incontro e l’altro i partecipanti hanno la possibilità di supportarsi reciprocamente e condividendo ogni giorno emozioni, pensieri e riflessioni in un gruppo WhatsApp esclusivo, con la certezza che ci sia sempre qualcuno pronto all’ascolto e al confronto reciproco.
Il gruppo WhatsApp inoltre favorisce l’interazione sociale e la frequentazione dei membri anche al di là dell’incontro di gruppo.
Nella nostra esperienza abbiamo notato che i partecipanti, potendosi collegare da casa o addirittura dalla propria automobile, in un certo senso, si sentono rassicurati, e più protetti e meno visti nella loro interezza… (corpo, abbigliamento, ecc..)

I gruppi di parola vengono frequentati da donne con età eterogenea, donne sposate da tempo, donne separate, donne sposate da poco, donne che hanno fatto un lungo percorso terapeutico e partecipano per aiutare le altre, altre stanno conoscendo da poco la manipolazione affettiva e l’abuso narcisistico. Spesso i gruppi sono movimentati, c’è chi frequenta assiduamente e chi frequenta quel tanto che basta per prendere coscienza e chi viene per “illuminare” le nuove. Generalmente la frequenza è di 1 o 2 volte al mese, con la durata di 2 ore circa. Prima di entrare nel gruppo è previsto un colloquio preliminare per comprendere le esigenze e il vissuto della vittima.
L’incidenza della frequentazione è per lo più femminile, ultimamente chiedono aiuto anche gli uomini. Le persone abusate da soggetti narcisisti, attraverso il mutuo scambio tra partecipanti cominciano a spostare il loro sguardo dal narciso, o manipolatore affettivo a loro stessi e iniziano a percepirsi e in modo amorevole, mettendosi al centro e ascoltandosi. Ogni membro è un soggetto attivo, in grado di essere aiutato ma anche di aiutare l’altro con ascolto e condivisione. Le particolari caratteristiche di questi gruppi permettono l’instaurarsi di dinamiche e processi che coinvolgono contemporaneamente la sfera cognitivo-comportamentale e, soprattutto, quella emotiva, affettiva e relazionale, condizione, questa, indispensabile affinché i processi di aiuto si possano estrinsecarsi ed essere percepiti come tali dai partecipanti.

In generale chi è sopravvissuto ad un trauma è alla ricerca continua del senso di ciò che è accaduto o che accade nella sua vita, e del motivo per cui ci si sente impotente o devastato davanti al ripetersi di situazioni o sensazioni che provengono dalla memoria o dalla realtà. La sofferenza nel non riuscire a dare una chiara collocazione a ciò che è successo, o ciò che si prova ogni giorno in termini di imprevedibilità e “fuori controllo”, espone a facili giudizi esterni da parti di chi non sa, e che etichetta la sofferenza come “Instabilità”, “immaturità”, “incapacità”, “inaffidabilità”, creando continuamente nuove ferite in un corpo già sofferente e rinforzando nel sopravvissuto la percezione di una rete sociale pericolosa, su cui non poter contare. La partecipazione ai gruppi di sostegno tra pari è motivata proprio dal comune bisogno di ricerca di senso, manifestata attraverso la voglia di narrare la propria storia, indagando la risposta ad azioni, sensazioni, emozioni e … vuoti: “Perché io?”, “Cosa mi è successo?”, “Qual è stato il mio ruolo in quello che è successo?” e “Come potrò andare avanti?”

Il gruppo è un contenitore di comprensione e compassione reciproca che permette l’espressione cognitiva ed emotiva per liberare il non senso e riacquisirlo in una forma di significato più tollerabile. La ricerca di senso del singolo diventa, così, nel gruppo: condivisione, aiuto reciproco, coesione ed empatia. E’ necessario affermare che l’auto-mutuo aiuto NON deve trasformarsi in un vincolo indissolubile, creando un legame di dipendenza;, crediamo che le persone debbano poter fare progetti grazie alle potenzialità del gruppo, ma debbano anche guardare al di là di questa esperienza, affinché l’auto-mutuo aiuto costituisca uno “strumento per la vita” e non si cristallizzi in una “scelta per la vita”. L’esperienza traumatica, infatti, avviene il più delle volte nel contesto delle relazioni, quindi la ricostruzione di una saldo percezione di sicurezza con gli altri può dissolvere la paura di essere di nuovo feriti.

Che differenza c’è tra un gruppo di auto aiuto ed una psicoterapia ?

Il terapeuta assume una certa distanza rispetto al gruppo, non esponendosi mai con i propri vissuti personali, mentre il facilitatore parla di sé e si mette sullo stesso piano rispetto agli altri membri, pur rimanendo consapevole della propria funzione.
Inoltre lo psicoterapeuta utilizza tecniche specifiche per lavorare sulle dinamiche del gruppo focalizzandosi su di esse; nell’auto-aiuto, invece, il facilitatore non è tenuto ad utilizzare tecniche specifiche ed, anzi, cerca di non focalizzarsi sui ruoli assunti dai soggetti, ma sul problema che essi condividono. In questo modo mentre nella terapia vengono evidenziate le singolarità di ogni esperienza soggettiva, nel gruppo di auto-aiuto ognuno cerca di condividere con gli altri il motivo stesso che li porta lì, mettendolo su un piano comune.
Il gruppo stesso diventa a sua volta un “facilitatore” che aiuta ogni suo membro a vivere esperienze o elaborare vissuti significativi, in base a quelle che sono le aspettative e le possibilità di ciascuno. L’ accento sulla parità dei membri rende tutti ugualmente responsabili dei risultati raggiunti dei servizi forniti. Il clima è spontaneo ed informale, e il fatto di dare aiuto, oltre che riceverlo, aiuta a liberarsi dal senso di impotenza e di sfiducia in sé stessi che spesso si prova in queste situazioni.

A cura della Dott.sa Raffaella Grassi

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