GRUPPO DI CRESCITA E SOSTEGNO PSICOLOGICO

Il prossimo incontro è previsto per

Mercoledì 29 GENNAIO 2020

dalle ore 19.30 alle ore 21.00

in via Lorenzo Il Magnifico 110, Roma (zona Piazza Bologna).

Per informazioni : gruppiepsicoterapia@gmail.com

Dott.ssa Raffaella Grassi; cell.338/5707818

Dott.ssa Rita Maggini; cell: 333/9220776

“IL RISO FA BUON SANGUE”: La clown terapia

Divenni un esploratore dei continenti dell’esperienza e del divertimento facendo ricerca nel laboratorio dell’umanità.

Patch Adams

LA PSICO NEURO ENDOCRINO IMMUNOLOGIA  (PNEI)

Nella PNEI convergono, all’interno di un unico modello, conoscenze acquisite, a partire dagli anni Trenta del 20°sec., dall’endocrinologia, dall’immunologia e dalle neuroscienze.

Con la PNEI viene a profilarsi un modello di ricerca e di interpretazione della salute e della malattia che vede l’organismo umano come una unità strutturata e interconnessa, dove i sistemi psichici e biologici si condizionano reciprocamente.

Ciò fornisce la base per prospettare nuovi approcci integrati alla prevenzione e alla terapia delle più comuni malattie, soprattutto di tipo cronico e, al tempo stesso, configura la possibilità di andare oltre la storica contrapposizione filosofica tra mente e corpo nonché quella scientifica, novecentesca, tra medicina e psicologia, superandone i rispettivi riduzionismi, che assegnano il corpo alla prima e la psiche alla seconda.  F. Bottaccioli, (“Psiconeuroimmunologia“,  RED, Como 1995)

Attraverso tale approccio si è potuto vedere come ad esempio emozioni quali  l’amore la disperazione, la rabbia, la soddisfazione, la gioia, l’ostilità  incidono pesantemente sulla regolazione del sistema nervoso, che a sua volta regola  la secrezione di sostanze come il cortisone e le endorfine, le quali, a lungo andare influenzano il funzionamento del nostro sistema immunitario. In sostanza è come se ci fosse un ponte, una congiunzione profonda  tra emozioni e sistema immunitario: gli ormoni liberati in condizioni di stress, inibiscono (in modo temporaneo) le cellule immunitarie.

La gelotologia, (dal greco scienza della risata) è una disciplina nata negli Stati Uniti intorno agli   anni ’70, si è ispirata alla  PNEI, studia la relazione tra il ridere e la salute e si delineata come una modalità sia di  di terapia che di prevenzione.

Il fenomeno del ridere inizialmente non veniva studiato da un punto di vista scientifico. Infatti, per diverso tempo il riso e la comicità sono  stati considerati un argomento futile e privo di interesse.

Norman Cousins, famoso giornalista americano si era ammalato di spondiloartrite anchilosante, e in accordo  con il suo medico, decise di interrompere il trattamento con gli analgesici, e di assumere  alte dosi di vitamina C (avente anche  proprietà antistress) e di impegnarsi a ridere molto…

Tale ipotesi di cura ebbe dei buoni risultai portando sia un importante effetto analgesico, sia  un miglioramento generale del quadro clinico.

Queste sono le parole di Cousins:

“Le conclusioni che traggo da questa mia esperienza? Che la voglia di vivere non è un’astrazione teorica, ma una realtà fisiologica con effetti terapeutici. (…) Ho imparato anche a non sottovalutare mai la capacità di recupero della mente umana e dell’organismo anche quando le prospettive sembrano più infauste.” (Cousins 1979,  p. 33).

L’esperienza di Cousins ha chiaramente colpito molti ricercatori che hanno confermato il peso degli aspetti psicologici e l’importanza delle emozioni nella guarigione di un paziente.

La ricerca scientifica ha scoperto che un’atteggiamento mentale positivo influisce sulla secrezione di endorfine.

Rod AMartin, psicologo della Western Ontario University, in Canada, ha scoperto  e documentato che elevati livelli di stress sono responsabili della diminuizione, nella saliva, dell’ immunoglobina A, (una parte costitutiva delle difese immunitarie che ci proteggono dalle infezioni delle prime vie respiratorie) che è una sorta di rivelatore dello stato generale dell’intero sistema immunitario.

L’aspetto fondamentale della scoperta di A. Martin, è che il calo dell’ immunoglobina A è tanto più moderata quanto più è presente – nell’individuo- un’atteggiamento positivo, ottimistico, in altre parole: incline all’umorismo.

Altri studiosi  ampliando le ricerche di A. Martin hanno scoperto che ridere facilita sia la liberazione  di beta-endorfine (che hanno un potente effetto analgesico e potenziano il sistema immunitario), sia il rilascio di cortisone  – che protratto nel tempo – indebolisce il sistema immunitario stesso.

Si può ragionevolmente affermare che l’uomo è teso continuamente a connettere, in modo equilibrato, il mondo interno a quello esterno attraverso le emozioni, l’intelletto, la memoria, e l’elaborazione delle sue esperienze.

E’ come se nell’ individuo esistesse una rete di comunicazione incessante tra i bisogni le percezioni sensoriali, le emozioni, le  azioni, e la cognizione.

Da ciò ne consegue, che curando la mente, circolarmente, curiamo anche il corpo e curando il corpo curiamo nello stesso tempo la mente.

LA  CLOWN TERAPIA O TERAPIA DEL SORRISO

La  Gelotologia e la Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia sono  le discipline da cui prende origine la clown terapia. Classicamente si associa  la nascita della Clown terapia al Dottor Hunter “Patch “Adams. In realtà gli albori della Clown terapia si trovano nell’attività  di Angelo Poli, un sacerdote italiano, il quale intuì che far ridere i malati poteva portare loro del sollievo, quindi si travestiva e si truccava a mò di clown per creare ilarità nei pazienti.

Hunter “Patch “Adams, per via di una forte depressione fu ricoverato in una clinica psichiatrica. Adams decise di iscriversi alla Facoltà di Medicina affinché potesse curare  altre persone che soffrivano come lui. Durante questo periodo si guadagnò l’appellativo di “Patch” letteralmente: pezza, nome datogli da un  signore al quale Hunter aveva riparato un bicchiere di carta.

Adams, dopo la laurea, si dedicò a studiare un campione di pazienti ricoverati in ospedale, credendo fortemente che il ‘sorriso’ poteva portare significativi miglioramenti nella malattia,  quindi cominciò a visitare i suoi pazienti travestito da clown. L’ipotesi di  Adams è che osservando la nostra vita nell’ottica del “sorriso” si sviluppino in noi delle difese immunitarie più alte che abbassano significativamente il livello di stress.

Admas, inoltre, cercò di vedere il paziente come una persona, un individuo e non, come aveva fatto la medicina tradizionale, inquadrando unicamente  la  malattia del paziente stesso.

Tra il 1981 e il 1983 Adams, realizza il Gensundheit Institute, in questa struttura il rapporto tra pazienti e dottori si fonda sulla fiducia reciproca e buon umore, mentre gioia e creatività diventano prescrizioni essenziali delle sue cure. Naturalmente  la medicina  tradizionale  non vide di buon occhio tale approccio.

CONTESTI IN CUI VIENE USATA LA CLOWN  TERAPIA

Oltre all’ambito  pediatrico e sanitario, la clown terapia è usata all’interno delle carceri, con i disabili, nelle case di riposo, con i malati psichiatrici,  nelle scuole, nelle  missioni umanitarie.

L’obbiettivo della Clown terapia è quello di creare uno ‘spazio’ di leggerezza rivolgendosi alla parte sana del paziente, in modo che quest’ultimo possa vedere con maggiore serenità la propria sofferenza. Chiaramente la Clown terapia non si sostituisce alla  Psicoterapia, essi sono due ambiti completamente diversi che si distinguono sia per l’approccio teorico che per il tipo di intervento.

IL CLOWN DOTTORE

Il clown terapeuta  può essere sia un volontario sia un operatore socio-sanitario,  il quale, insieme ad  un altro clown terapeuta, utilizza le caratteristiche  del clown, come, ad esempio, improvvisazione teatrale, umorismo,  marionette, musica, mettendole al servizio degli utenti.

Quello che si scopre quando si decide di essere un clown che ‘gioca’ con una persona malata è che la maschera di questo personaggio ha una capacità incredibile di far comunicare, spingere a condividere e far vedere in maniera diversa le esperienze più terribili.

Grazie alla sua forza simbolica, il clown è l’unico personaggio al quale ci si può aggrappare in momenti nei quali tutte le proprie certezze, tutto ciò che viene considerato serio e normale viene sconvolto, spazzato via, reso insensato dall’assurda ingiustizia della vita.

I clown quando fanno ridere hanno la funzione di potenziali catalizzatori del recupero fisico, aiutando il paziente a non concentrarsi sulla malattia.

Tale tipo di intervento include nel suo insieme: improvvisazione, musica, personalità, ascolto, percezione del contesto, relazione con il personale medico, comprensione della struttura familiare. In pratica, per raggiungere il proprio scopo, il clown-dottore deve saper mantenere un flusso permanente fra le diverse abilità, tutte collegate tra loro. Esso, ogni volta che entra in contatto con un paziente, deve essere in grado di ‘leggere’ d’istinto la situazione, scegliere l’insieme di improvvisazioni che gli sembrano più adatte alle esigenze della persona malata e dei suoi familiari, tenendo anche conto del contesto in cui si trova ad intervenire.

Il clown terapeuta, agendo in un luogo di disagio quale, ad esempio, un ospedale, fa in modo di creare una sorta di  mondo magico, il mondo del circo con le sue meraviglie e la sua fantasia e, così come accade al circo, allo stesso modo l’intervento di un clown può trasportare in un’atmosfera di gioia, buon umore e risate chi soffre un disagio.

Formarsi per diventare un clown terapeuta sostanzialmente significa  trovare in ognuno di noi il proprio clown, cercando e mettendo in risalto un proprio e peculiare aspetto ludico, per poi portarlo alle persone che ne hanno bisogno. Il mettersi in gioco, da parte del c.t. vivendo e sperimentando in prima persona  il  proprio ridicolo,  all’inizio,  non è semplice, ma cercando di  sospendere ogni forma di  giudizio, sia su  se stessi sia verso l’altro,  il percorso diventa più naturale  e autentico.

DIFFUSIONE  DELLA  CLOWNTERAPIA NEL MONDO

La Clownterapia ha preso piede in molti paesi come Gran Bretagna, Germania, Israele, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Sudafrica.

In Italia, i primi clown-medici risalgono agli anni ‘90. Per molto tempo il loro operato è stato rivolto esclusivamente ai bambini. Solo in questi ultimi anni (dato il riscontro scientifico dei suoi effetti benefici) la clownterapia si sta diffondendo verso tutti i pazienti, indipendentemente dalla loro età.

E’ importante precisare che tale approccio non va in alcun modo a sostituirsi  a terapie  di tipo farmacologico o psicologico,  ma è senza dubbio un  forte supporto alla  medicina tradizionale  e uno prezioso  strumento per il personale sociosanitario nella cura e assistenza dei degenti, ed  in particolar modo dei bambini.

A cura della Dott. ssa Raffaella Grassi

Riferimenti Bibliografici:

  • Adams Patch “Salute ” , Urra Edizioni Milano
  • Adams Patch “Visite a domicilio *, Urra Edizioni Milano Cousins N. (1979), “La volontà di guarire. Anatomia di una malattia
  • Derks P. et al. (1997),”Laughter and electroencephalographic activity”
  • Dottor Clown Italia “Immagini e Parole di clownterapia”, Ed. Piccin 2009 ISBN 978-88-299-1983-3
  • F. Bottaccioli, “Psiconeuroimmunologia”, Ed, RED, Como 1995
  • M. Farnè, “Guarir dal ridere”, Boringhieri, Torino, 1996
  • M.L. Mirabella, “Clownterapia”, Ed. Neos, Rivoli, 2005 Martin A. R. (1988),”Sense of humour, hassles and immunoglobulin A: Evidence for a stress-moderating effect of humour”
  • S. Beltrami, E. Bertoldi “Bicarbonato e mentine. Giovannino Guareschi, l’amico dei giorni difficili” GAM Editore, Rudiano BS 2007 ISBN 9788889044339
  • S.Fioravanti, L. Spina, “Anime con il naso rosso”, Ed. Armando, Roma 2006

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I NEURONI SPECCHIO: la via che ci connette agli altri…

 
I neuroni specchio sono il frutto di una scoperta assolutamente casuale: negli anni novanta l’equipe di Giacomo Razzolati, presso il dipartimento di neuroscienze dell’Università di Parma, studiava i meccanismi neurofisiologici che regolano i  movimenti della mano per valutare possibilità di recupero in pazienti con lesioni neurologiche. I macachi erano i soggetti utilizzati per l’esperimento e avevano il semplice compito di allungare la mano per prendere delle arachidi. Casualmente, durante una pausa mentre la scimmia rimaneva immobile, un ricercatore portò la sua mano verso un’arachide, e sorprendentemente la registrazione dell’attività dei neuroni dell’animale era identica alla situazione in cui era la scimmia  stessa a prendere le arachidi.
Poi, furono eseguiti anche esperimenti sull’uomo confermando che alcuni neuroni (denominati “specchio”) in una specifica area del cervello chiamata “area premotoria” si attivano in egual modo  sia quando gli individui eseguono l’azione sia quando la vedono soltanto eseguire. Ciò condusse i ricercatori a formulare che quando un essere umano vede compiersi un’azione si attivano, nel suo cervello, i medesimi neuroni che entrano in  gioco quando è lui in prima persona a compiere quella stessa azione.
 

Le funzioni dei neuroni specchio

Erroneamente si potrebbe pensare che la principale funzione dei neuroni specchio è l’imitazione, ma invece, è la comprensione dello scopo delle azioni e delle intenzioni altrui. Imitare le azioni che osserviamo non equivale, ovviamente, al riprodurre pedissequamente ogni azione che vediamo, un’area del nostro cervello, infatti, modula il comportamento motorio, inibendo l’imitazione o invece attivandola.
 
E’ importane precisare che la comprensione per mezzo dei neuroni specchio non è l’unica forma di comprensione che abbiamo.
La “via” della razionalità è un altro modo per capire le intenzioni altrui. Per esempio se vediamo un cane mangiare si attivano i nostri neuroni specchio, perché anche noi possiamo mangiare con la bocca. Ma se sentiamo un cane abbaiare, questo movimento è estraneo al nostro vocabolario motorio e la comprensione dell’abbaiare rimane per noi un “capire” qualitativamente diverso, non corporeo, solo razionale.  Se l’azione compiuta non fa parte del vocabolario motorio dell’osservatore, non si ha attivazione di neuroni specchio e la comprensione  del movimento non diventa un’esperienza corporea. Da ciò si deduce che  la “conoscenza” attraverso i neuroni specchio è un qualcosa di molto raffinato perché, nascendo da una simulazione interna del movimento, risulta essere  immediata e simultanea a ciò che osserviamo.  Per questo possiamo capire con facilità le azioni degli altri: nel nostro cervello si accendono circuiti nervosi che richiamano analoghe azioni compiute da noi in passato. Ciò è di notevole importanza perché si è visto che il “sistema specchio” diventa attivo solo quando il soggetto osserva un comportamento che egli stesso ha posto in atto in precedenza. Ad esempio,  in un danzatore classico i neuroni specchio sono in funzione esclusivamente di fronte a una esibizione di danza classica, e non di fronte al ballo moderno, e viceversa.
 

Il processo imitativo

L’imitazione reciproca può essere considerata  un atto comunicativo inconsapevole che trasmette il desiderio di sincronizzare i movimenti, i corpi, le azioni, e che suscita un sentimento di intimità e gradimento inconsapevole nella persona imitata, in altre parole comunichiamo all’altro un senso di comunanza. Il processo imitativo, naturalmente, concerne  anche l’aspetto della volontà come ad esempio nell’apprendimento. Se vogliamo imparare a ballare  guardiamo con attenzione cosa fa il  maestro suddividendo i suoi movimenti in azioni  motorie elementari, già presenti nel nostro vocabolario motorio, e li assembliamo infine per ottenere il movimento più complesso che non conoscevamo e che, da quel momento, diventa parte del nostro repertorio.

Le emozioni

I ricercatori con i lori studi  hanno  dimostrato l’esistenza di un “meccanismo specchio” non solo per quanto riguarda l’osservazione del movimento, ma anche per quanto riguarda l’osservazione negli altri delle  emozioni e del dolore. Studiando sperimentalmente alcune emozioni primarie i risultati mostrano che quando vediamo negli altri una manifestazione di paura, dolore o di disgusto si attiva il medesimo substrato neuronale collegato alla percezione in prima persona dello stesso tipo di emozione. Più precisamente quando ad esempio  vediamo qualcuno che ha  paura, è terrorizzato i nostri neuroni specchio non  riproducono chiaramente la percezione della paura o del terrore, ma invece, riproducono chiaramente  la  percezione emotiva e viscerale della paura: il nostro cuore comincia a battere più forte, sudiamo, ci si accappona la pelle e i nostri muscoli si tendono, pronti alla fuga. Dunque, attraverso i neuroni specchio “sentiamo” dentro di noi, nel nostro corpo l’emozione dell’altro. E’ come se l’altro diventasse noi, come se l’esperienza dell’altro fosse la nostra esperienza. Quindi si potrebbe dire che i neuroni specchio sono la base neuro biologica di quel fenomeno che chiamiamo empatia. Chiaramente il comportamento successivo più o meno benevolo (per esempio l’offrire o meno aiuto) non dipende più dai neuroni specchio. La capacità di rispondere del “sistema specchio emotivo”  è diversa da individuo a individuo. Generalmente, negli uomini è inferiore rispetto alle donne, ed è sempre più alta quando siamo molto legati alla persona sofferente che osserviamo.
Gli attori, ad esempio,  hanno quasi sempre un’alta attivazione dei neuroni specchio.
 

La presenza dei neuroni specchio nei bambini:

Dimostrazioni della attività di sistemi specchio nel bambino sono fornite dall’ elettroencefalografia (EEG). Le più precoci riguardano bambini di 4-6 mesi. A questa età è stata rilevato un identico aumento dell’attività elettrica cerebrale sia quando il lattante manipola che quando vede manipolare un oggetto. Da molti studi si ipotizza che  il bambino fin dalla nascita riconosca le emozioni di chi lo accudisce attraverso i neuroni specchio riproducendole nella sua mente e risuonando quindi con esse. I neuroni specchio chiariscono anche la precocità di alcuni atteggiamenti di empatia di bambini molto piccoli di 1 o 2 anni che, vedendo un altro bambino che si è fatto male a un dito, si succhiano il proprio dito equivalente.

Sarà accaduto a tutti noi, almeno una volta,  di utilizzare inconsapevolmente i nostri neuroni specchio per interagire con i bambini, ad esempio quando imitiamo o sottolineiamo le sue espressioni in modo spontaneo e istintivo. Il “sistema specchio”, infatti, ci permette quando si osserviamo i bambini, di simulare internamente le emozioni di quest’ultimo (disagio, paura, stress, sofferenza, solitudine, angoscia, ma anche interesse, gioia, entusiasmo ecc) e di viverle nel nostro corpo e di comprenderle. E’ ovvio che  tale fenomeno di comprensione risulta essere di primaria importanza nella mamma con il suo bambino, perché la capacità materna di riconoscere le emozioni del figlio e di rispondervi simmetricamente è fondamentale non solo per la sopravvivenza del bambino ma anche per il suo sviluppo mentale.

Spesso molte mamme hanno delle difficoltà ad entrare in contatto col proprio bambino, più precisamente  a  cogliere la vita emotiva di quest’ultimo. Ad esempio Incontriamo molte madri che considerano la fame come unica causa del pianto del figlio, altre che di fronte a un bambino di 1 mese che piange pensano che siano “capricci” o “vizi” o pianti manipolatori (per ottenere di essere presi in braccio). In certi casi  sarebbe sufficiente incoraggiare la madre a fidarsi dei suoi neuroni specchio, di ciò che vede, osserva e percepisce di suo figlio. Essere in grado di guardare un bambino per come è, senza attribuirgli qualità o emozioni che appartengono alla madre è senza dubbio una conquista. Se pensiamo a come  i desideri nei confronti dei figli influenzano ciò che ci si aspetta da loro, possiamo capire quanto sia difficile questa operazione. Il modo in cui gli adulti osservano i bambini, infatti, è profondamente influenzato dalle loro interpretazioni personali e dai loro bisogni.

Il meccanismo di condivisione emotiva si espande nel corso della vita, dunque verosimilmente anche i neuroni specchio emotivi si rinforzano nel ripetersi di esperienze coinvolgenti. Sembra, infatti, che l’abitudine a mettere in atto dei nuovi processi neurali consenta alle  nostre cellule di apprendere e di reagire agli eventi in un modo nuovo, come ad esempio imparare ad essere empatici quando il contesto lo richiede. In altre parole il pensiero empatico e quindi, l’attività dei nostri neuroni-specchio, è un’abilità che può essere allenata, oppure può essere lasciata silente.

Neuroni specchio e autismo

Molti studi indicano che  la comprensione del linguaggio faccia riferimento, in parte, ai neuroni specchio. Infatti, comprendere una frase che esprime un’azione attiva con molte probabilità gli stessi circuiti motori coinvolti durante l’effettiva esecuzione di quell’azione.
Per quanto riguarda alcune forme di autismo (sindrome di asperger) la scoperta dei neuroni specchio potrebbe dare, almeno in parte, una  risposta a questa patologia.
Gli studi  finora condotti porterebbero a ipotizzare  una carente attività di questo tipo di neuroni nei bambini autistici. Sebene  per ora questa sia solo un ipotesi, essa potrebbe aiutare a comprendere perché le persone autistiche non riescono ad entrare in relazione con il mondo che li circonda,  non  comprendono il significato dei gesti e delle azioni altrui. E’ assai probabile che non riescano a decifrare  neanche le più comuni emozioni espresse dal volto e dagli atteggiamenti di coloro che li circondano: quello che per tutti è un sorriso, per loro potrebbe essere una semplice smorfia.

Conclusioni

V.S. Ramachandran un famoso neurologo di origine indiana, scrisse che i neuroni specchio avrebbero fatto per la psicologia, quello che la scoperta del DNA ha fatto per la biologia.
Molti psicologi, psichiatri, filosofi e altri  hanno cercato per molto tempo di trovare un’accesso alla comprensione alla mente altrui. La risposta più comune e sempre stata per analogia cioè se sento dolore fisico grido, dunque se vedo uno che suda o grida capisco per analogia cosa prova. Tutto ciò, però, concerne  un processo mentale deduttivo (dal particolare al generale), dove il “condividere” è totalmente assente, in tal senso la percezione delle emozioni altrui  è essenzialmente centrata su processi razionali e cognitivi.
La scoperta nei neuroni specchio, invece, ha rivoluzionato le  concezioni riguardanti il modo di operare della nostra mente. Infatti il “sistema specchio” proiettando  gli altri dentro di noi  è come se coprisse il divario tra se e altro. In altre parole è come se la nostra struttura  biologica ci “costringesse” all’empatia  legandoci al prossimo.
L’intersoggettività, in un certo qual modo, costituisce le fondamenta degli esseri umani, in cui la reciprocità ne scandisce l’esistenza.
Tutto ciò apre molte riflessioni attorno ai legami tra esseri umani, e a come  sia sempre più improbabile  concepire un io senza legami, senza dipendenze, in altre parole senza un noi!
 

 

A cura della Dott.ssa Raffella Grassi

 
 

 

Bibliografia:

  • Giacomo Rizzolatti Corrado Sinigaglia, So quel che fai, Raffaello Cortina, Milano, 2006
  • Giacomo Rizzolatti Lisa Vozza, Nella mente degli altri. Neuroni specchio e comportamento sociale, Zanichelli, Bologna, 2007
  • Mario Iacobozzi, I neuroni specchio. Come capiamo ciò che fanno gli altri, Bollati Boringhieri, Torino, 2008
 
 

 

 

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