GRUPPO DI CRESCITA E SOSTEGNO PSICOLOGICO

Il prossimo incontro è previsto per

Mercoledì 29 GENNAIO 2020

dalle ore 19.30 alle ore 21.00

in via Lorenzo Il Magnifico 110, Roma (zona Piazza Bologna).

Per informazioni : gruppiepsicoterapia@gmail.com

Dott.ssa Raffaella Grassi; cell.338/5707818

Dott.ssa Rita Maggini; cell: 333/9220776

MI TRATTA MALE MA MI AMA …

Nessuno può amarci abbastanza da renderci felici se non amiamo davvero noi stesse, perché quando nel nostro vuoto andiamo cercando l’amore, possiamo trovare solo altro vuoto.

(Robin Nordwood)

La dipendenza affettiva muta l’amore in un bisogno in cui essere dipendenti è il solo criterio per proteggere e mantenere la relazione.

Spesso le cause della dipendenza affettiva sono custodite nell’ infanzia delle persone che ne soffrono, i cui bisogni d’amore, affetto e accudimento sono stati frustrati ne rapporto con le figure significative.

J. Bowlby è stato uno dei primi psicologi a osservare, in modo sistematico, la prima connessione amorosa che gli esseri umani esperiscono: il legame del bambino con la propria madre.

Quando il bambino, da subito, si sente riconosciuto ed accolto svilupperà un sano senso di sé ed una fiducia negli altri e nelle sue  interazioni  interpersonali. Al contrario, se il bambino ha fatto esperienza di un vissuto di rifiuto o abbandono, nelle sue prime relazioni con le figure di attaccamento, si troverà a provare sentimenti contrastati di amore/dolore/rabbia a causa dell’amore non ricevuto. Quest’ultimo sarà pervaso dalla sensazione di non ‘essere abbastanza’ per essere amato, di conseguenza metterà in atto comportamenti volti a dimostrare, sempre in ogni modo, di meritarsi amore, accettazione e riconoscimento.

Il bambino cresciuto con una figura di riferimento (es. la madre) non incline ad essere accogliente e accuditiva attraverso cure costanti ed amorevoli, imparerà a non fidarsi, a dover fare tutto da solo, a non esprimere i propri bisogni; oppure si impegnerà al massimo nella convinzione di poter essere amato soltanto se farà il meglio e se darà il minor fastidio possibile. Molto probabilmente, questo bambino diventerà un adulto con uno stile di attaccamento disfunzionale di tipo Insicuro – Evitante o Insicuro – Ambivalente. Nel primo caso, la distanza emotiva, la scarsa fiducia nell’altro, la paura della fusione e della perdita di autonomia caratterizzeranno le sue relazioni. Nel secondo caso l’ambito relazionale si svilupperà in un registro di dipendenza affettiva: tendenza alla simbiosi, controllo, smisurata tolleranza per timore di essere abbandonati, scarsa autostima, sensazione di dover fare di tutto per essere amati, impossibilità di prendersi cura di sé autonomamente.

Risulta molto chiaro quanto sia importante ed influente il legame esistente tra gli stili di attaccamento ed il modo in cui si vivono i rapporti di coppia e le relazioni in generale.

Spesso il Dipendente Affettivo sceglierà continuamente partner con caratteristiche simili con i quali ripeterà uno stesso copione relazionale, scadenzato sia da aspetti cognitivi (il modo in cui si considera ed interpreta se stesso, l’altro e la relazione), sia da aspetti emotivi (le emozioni prevalenti che si vivono nella relazione: spesso si tratta di paura, insicurezza, ambivalenza ecc.) sia da aspetti comportamentali (le reazioni ed i comportamenti che si mettono in atto all’interno della coppia), senza riuscire a modificarlo.

È nel legame, affettivo, che, il DA si sente, apparentemente, unico e insostituibile. In realtà è l’altro che lo fa sentire unico e degno d’amore soprattutto all’ inizio della relazione. Quando il rapporto cambia, ossia il partner diventa meno disponibile, empatico, gratificante, il dipendente affettivo presenta molte difficoltà ad elaborare un’immagine di sé diversa ossia ‘sentirsi speciali senza l’altro’. La mancanza di autostima e di amore sano nei propri confronti dà vita, nel dipendente affettivo, ad una rischiosa accettazione passiva delle dinamiche imposte dal manipolatore relazionale che si nutre della vitalità e delle emozioni della sua vittima, suscitando in lei il senso di colpa, il disprezzo, il ricatto e con meccanismi di critica incessante ne demolisce definitivamente l’autostima e la percezione della realtà.

È importante sottolineare che attualmente le richieste di aiuto per problematiche di dipendenza affettiva e manipolazione relazionale sono aumentate notevolmente. Manipolazione e dipendenza affettiva sono due modalità relazionali strettamente collegate che si alimentano a vicenda. Il dipendente affettivo può sia subire processi di manipolazione da parte del partner, sia “agirli” in funzione del suo bisogno di controllo e di possesso. I manipolatori relazionali hanno come obiettivo quello di far compiere al proprio interlocutore azioni che tornano a loro vantaggio, da cui è difficile liberarsi poiché la vittima preferisce accettare qualsiasi richiesta per conservare il rapporto con il partner, pagandolo con il proprio annullamento. Il dipendente affettivo, coinvolto in questa modalità relazionale patologica, sviluppa numerosi sintomi sia fisici come disturbi del sonno, emicranie, disturbi digestivi, mancanza di appetito, nodo alla gola; sia di ordine psicologico come fenomeni di pianto irrefrenabile, attacchi di panico, aggressività, ansia, paura della solitudine, tristezza, ecc.

Nonostante la dipendenza affettiva, per insufficienza di dati sperimentali, non rientri tra i disturbi mentali diagnosticati nel DSM-5, (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) essa viene classificata tra le “New Addiction”, nuove dipendenze di tipo comportamentale. In tale forma di dipendenza non è coinvolta alcuna sostanza chimica (come alcol o droghe), il comportamento è l’oggetto della dipendenza stessa.

La DA (Love Addiction) sembra una patologia riguardante in particolar modo le donne, tuttavia, sono presenti, anche casi di DA negli uomini, seppur con manifestazioni diverse.

Se si è implicati in una relazione contraddistinta da dipendenza affettiva, si verificano alcuni sintomi specifici:

  • Estrema ambivalenza verso il partner: rancore e rabbia si susseguono e si sovrappongono ad amore e desiderio;
  • Senso di colpa ed iper-responsabilizzazione;
  • Costante timore di essere abbandonati dal partener;
  • Si vivono allontanamento e distanza con paura, e angoscia;
  • Non ci si sente liberi di rivelare le proprie debolezze per la paura di non essere accettati ed accolti;
  • Senso di inferiorità nei confronti del partner da tutti i punti di vista;
  • Sensazione di scarsa autostima;
  • Intensa gelosia (legata da una parte alla scarsa autostima e dall’altra al timore dell’abbandono);
  • Negazione se e dei propri bisogni per favorire ed accondiscendere il partner
  • Senso di vergogna di sé.

LA POSSIBILE TRASFORMAZIONE

Per modificare e trasformare un modello relazionale che ci fa vivere, in modo reiterato, stati conflittuali di sofferenza e stress è indispensabile prendere coscienza del proprio disagio. Di conseguenza sarebbe necessario intraprendere un percorso psicoterapeutico, in cui sarà possibile individuare il proprio copione relazionale ed il proprio stile di attaccamento disfunzionale prevalente. Quest’ultimo, per il dipendente affettivo si esplicita attraverso la convinzione di non valere nulla e di non essere degno dell’amore altrui.

Grazie al lavoro psicoterapeutico si creano le basi perché i pazienti possano stabilire relazioni affettive basate sulla reciprocità in cui sentirsi finalmente amati e accettati, ma soprattutto strutturare un senso di amabilità e valore personale, anche quando non è presente la relazione con l’altro.

GRUPPI PER LA  DIPENDENZA AFFETTIVA

La frequentazione di un gruppo terapeutico si è verificata molto efficace nel trattamento delle dipendenze affettive.

Si è notato, infatti, che attraverso la condivisione ed elaborazione con gli altri è possibile acquisire consapevolezza dei vissuti di vuoto, della paura dell’abbandono, della manipolazione relazionale. Inoltre, nel gruppo si può divenire coscienti di tutti quei comportamenti incontrollati che si mettono in atto per tenere legato a sé il proprio partner ad ogni costo.

Grazie ai processi di rispecchiamento che avvengono nel qui ed ora del gruppo, ogni partecipante può recuperare, a poco a poco, l’autostima, sviluppando un amore di sé che lo porterà ad accettare benevolmente il proprio bisogno di dipendenza. Tutto ciò permetterà al paziente di “porsi al centro” trattandosi con affetto, dirigendo verso il proprio io l’investimento di tempo, cure ed energie, fino ad allora attivate compulsivamente, nei reiterati tentativi di farsi amare e accettare simbioticamente dall’altro.

Nel gruppo, inoltre, diventerà possibile elaborare la propria storia di dipendenza, vedere,  e comprendere, attraverso gli altri, i propri comportamenti di sottomissione.

Partecipare ad un gruppo terapeutico permette di uscire dall’isolamento, poiché le persone possono raccontare la propria esperienza, il proprio vissuto, i propri disagi in un ambiente protetto ed esente da giudizio. Condividere quello che riteniamo, in un certo qual modo, inconfessabile ci fa somigliare un po’ agli altri nonostante le diversità sociali, famigliari, lavorative, ecc.

A cura della Dott.ssa Raffaella Grassi

 

“IL RISO FA BUON SANGUE”: La clown terapia

Divenni un esploratore dei continenti dell’esperienza e del divertimento facendo ricerca nel laboratorio dell’umanità.

Patch Adams

LA PSICO NEURO ENDOCRINO IMMUNOLOGIA  (PNEI)

Nella PNEI convergono, all’interno di un unico modello, conoscenze acquisite, a partire dagli anni Trenta del 20°sec., dall’endocrinologia, dall’immunologia e dalle neuroscienze.

Con la PNEI viene a profilarsi un modello di ricerca e di interpretazione della salute e della malattia che vede l’organismo umano come una unità strutturata e interconnessa, dove i sistemi psichici e biologici si condizionano reciprocamente.

Ciò fornisce la base per prospettare nuovi approcci integrati alla prevenzione e alla terapia delle più comuni malattie, soprattutto di tipo cronico e, al tempo stesso, configura la possibilità di andare oltre la storica contrapposizione filosofica tra mente e corpo nonché quella scientifica, novecentesca, tra medicina e psicologia, superandone i rispettivi riduzionismi, che assegnano il corpo alla prima e la psiche alla seconda.  F. Bottaccioli, (“Psiconeuroimmunologia“,  RED, Como 1995)

Attraverso tale approccio si è potuto vedere come ad esempio emozioni quali  l’amore la disperazione, la rabbia, la soddisfazione, la gioia, l’ostilità  incidono pesantemente sulla regolazione del sistema nervoso, che a sua volta regola  la secrezione di sostanze come il cortisone e le endorfine, le quali, a lungo andare influenzano il funzionamento del nostro sistema immunitario. In sostanza è come se ci fosse un ponte, una congiunzione profonda  tra emozioni e sistema immunitario: gli ormoni liberati in condizioni di stress, inibiscono (in modo temporaneo) le cellule immunitarie.

La gelotologia, (dal greco scienza della risata) è una disciplina nata negli Stati Uniti intorno agli   anni ’70, si è ispirata alla  PNEI, studia la relazione tra il ridere e la salute e si delineata come una modalità sia di  di terapia che di prevenzione.

Il fenomeno del ridere inizialmente non veniva studiato da un punto di vista scientifico. Infatti, per diverso tempo il riso e la comicità sono  stati considerati un argomento futile e privo di interesse.

Norman Cousins, famoso giornalista americano si era ammalato di spondiloartrite anchilosante, e in accordo  con il suo medico, decise di interrompere il trattamento con gli analgesici, e di assumere  alte dosi di vitamina C (avente anche  proprietà antistress) e di impegnarsi a ridere molto…

Tale ipotesi di cura ebbe dei buoni risultai portando sia un importante effetto analgesico, sia  un miglioramento generale del quadro clinico.

Queste sono le parole di Cousins:

“Le conclusioni che traggo da questa mia esperienza? Che la voglia di vivere non è un’astrazione teorica, ma una realtà fisiologica con effetti terapeutici. (…) Ho imparato anche a non sottovalutare mai la capacità di recupero della mente umana e dell’organismo anche quando le prospettive sembrano più infauste.” (Cousins 1979,  p. 33).

L’esperienza di Cousins ha chiaramente colpito molti ricercatori che hanno confermato il peso degli aspetti psicologici e l’importanza delle emozioni nella guarigione di un paziente.

La ricerca scientifica ha scoperto che un’atteggiamento mentale positivo influisce sulla secrezione di endorfine.

Rod AMartin, psicologo della Western Ontario University, in Canada, ha scoperto  e documentato che elevati livelli di stress sono responsabili della diminuizione, nella saliva, dell’ immunoglobina A, (una parte costitutiva delle difese immunitarie che ci proteggono dalle infezioni delle prime vie respiratorie) che è una sorta di rivelatore dello stato generale dell’intero sistema immunitario.

L’aspetto fondamentale della scoperta di A. Martin, è che il calo dell’ immunoglobina A è tanto più moderata quanto più è presente – nell’individuo- un’atteggiamento positivo, ottimistico, in altre parole: incline all’umorismo.

Altri studiosi  ampliando le ricerche di A. Martin hanno scoperto che ridere facilita sia la liberazione  di beta-endorfine (che hanno un potente effetto analgesico e potenziano il sistema immunitario), sia il rilascio di cortisone  – che protratto nel tempo – indebolisce il sistema immunitario stesso.

Si può ragionevolmente affermare che l’uomo è teso continuamente a connettere, in modo equilibrato, il mondo interno a quello esterno attraverso le emozioni, l’intelletto, la memoria, e l’elaborazione delle sue esperienze.

E’ come se nell’ individuo esistesse una rete di comunicazione incessante tra i bisogni le percezioni sensoriali, le emozioni, le  azioni, e la cognizione.

Da ciò ne consegue, che curando la mente, circolarmente, curiamo anche il corpo e curando il corpo curiamo nello stesso tempo la mente.

LA  CLOWN TERAPIA O TERAPIA DEL SORRISO

La  Gelotologia e la Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia sono  le discipline da cui prende origine la clown terapia. Classicamente si associa  la nascita della Clown terapia al Dottor Hunter “Patch “Adams. In realtà gli albori della Clown terapia si trovano nell’attività  di Angelo Poli, un sacerdote italiano, il quale intuì che far ridere i malati poteva portare loro del sollievo, quindi si travestiva e si truccava a mò di clown per creare ilarità nei pazienti.

Hunter “Patch “Adams, per via di una forte depressione fu ricoverato in una clinica psichiatrica. Adams decise di iscriversi alla Facoltà di Medicina affinché potesse curare  altre persone che soffrivano come lui. Durante questo periodo si guadagnò l’appellativo di “Patch” letteralmente: pezza, nome datogli da un  signore al quale Hunter aveva riparato un bicchiere di carta.

Adams, dopo la laurea, si dedicò a studiare un campione di pazienti ricoverati in ospedale, credendo fortemente che il ‘sorriso’ poteva portare significativi miglioramenti nella malattia,  quindi cominciò a visitare i suoi pazienti travestito da clown. L’ipotesi di  Adams è che osservando la nostra vita nell’ottica del “sorriso” si sviluppino in noi delle difese immunitarie più alte che abbassano significativamente il livello di stress.

Admas, inoltre, cercò di vedere il paziente come una persona, un individuo e non, come aveva fatto la medicina tradizionale, inquadrando unicamente  la  malattia del paziente stesso.

Tra il 1981 e il 1983 Adams, realizza il Gensundheit Institute, in questa struttura il rapporto tra pazienti e dottori si fonda sulla fiducia reciproca e buon umore, mentre gioia e creatività diventano prescrizioni essenziali delle sue cure. Naturalmente  la medicina  tradizionale  non vide di buon occhio tale approccio.

CONTESTI IN CUI VIENE USATA LA CLOWN  TERAPIA

Oltre all’ambito  pediatrico e sanitario, la clown terapia è usata all’interno delle carceri, con i disabili, nelle case di riposo, con i malati psichiatrici,  nelle scuole, nelle  missioni umanitarie.

L’obbiettivo della Clown terapia è quello di creare uno ‘spazio’ di leggerezza rivolgendosi alla parte sana del paziente, in modo che quest’ultimo possa vedere con maggiore serenità la propria sofferenza. Chiaramente la Clown terapia non si sostituisce alla  Psicoterapia, essi sono due ambiti completamente diversi che si distinguono sia per l’approccio teorico che per il tipo di intervento.

IL CLOWN DOTTORE

Il clown terapeuta  può essere sia un volontario sia un operatore socio-sanitario,  il quale, insieme ad  un altro clown terapeuta, utilizza le caratteristiche  del clown, come, ad esempio, improvvisazione teatrale, umorismo,  marionette, musica, mettendole al servizio degli utenti.

Quello che si scopre quando si decide di essere un clown che ‘gioca’ con una persona malata è che la maschera di questo personaggio ha una capacità incredibile di far comunicare, spingere a condividere e far vedere in maniera diversa le esperienze più terribili.

Grazie alla sua forza simbolica, il clown è l’unico personaggio al quale ci si può aggrappare in momenti nei quali tutte le proprie certezze, tutto ciò che viene considerato serio e normale viene sconvolto, spazzato via, reso insensato dall’assurda ingiustizia della vita.

I clown quando fanno ridere hanno la funzione di potenziali catalizzatori del recupero fisico, aiutando il paziente a non concentrarsi sulla malattia.

Tale tipo di intervento include nel suo insieme: improvvisazione, musica, personalità, ascolto, percezione del contesto, relazione con il personale medico, comprensione della struttura familiare. In pratica, per raggiungere il proprio scopo, il clown-dottore deve saper mantenere un flusso permanente fra le diverse abilità, tutte collegate tra loro. Esso, ogni volta che entra in contatto con un paziente, deve essere in grado di ‘leggere’ d’istinto la situazione, scegliere l’insieme di improvvisazioni che gli sembrano più adatte alle esigenze della persona malata e dei suoi familiari, tenendo anche conto del contesto in cui si trova ad intervenire.

Il clown terapeuta, agendo in un luogo di disagio quale, ad esempio, un ospedale, fa in modo di creare una sorta di  mondo magico, il mondo del circo con le sue meraviglie e la sua fantasia e, così come accade al circo, allo stesso modo l’intervento di un clown può trasportare in un’atmosfera di gioia, buon umore e risate chi soffre un disagio.

Formarsi per diventare un clown terapeuta sostanzialmente significa  trovare in ognuno di noi il proprio clown, cercando e mettendo in risalto un proprio e peculiare aspetto ludico, per poi portarlo alle persone che ne hanno bisogno. Il mettersi in gioco, da parte del c.t. vivendo e sperimentando in prima persona  il  proprio ridicolo,  all’inizio,  non è semplice, ma cercando di  sospendere ogni forma di  giudizio, sia su  se stessi sia verso l’altro,  il percorso diventa più naturale  e autentico.

DIFFUSIONE  DELLA  CLOWNTERAPIA NEL MONDO

La Clownterapia ha preso piede in molti paesi come Gran Bretagna, Germania, Israele, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Sudafrica.

In Italia, i primi clown-medici risalgono agli anni ‘90. Per molto tempo il loro operato è stato rivolto esclusivamente ai bambini. Solo in questi ultimi anni (dato il riscontro scientifico dei suoi effetti benefici) la clownterapia si sta diffondendo verso tutti i pazienti, indipendentemente dalla loro età.

E’ importante precisare che tale approccio non va in alcun modo a sostituirsi  a terapie  di tipo farmacologico o psicologico,  ma è senza dubbio un  forte supporto alla  medicina tradizionale  e uno prezioso  strumento per il personale sociosanitario nella cura e assistenza dei degenti, ed  in particolar modo dei bambini.

A cura della Dott. ssa Raffaella Grassi

Riferimenti Bibliografici:

  • Adams Patch “Salute ” , Urra Edizioni Milano
  • Adams Patch “Visite a domicilio *, Urra Edizioni Milano Cousins N. (1979), “La volontà di guarire. Anatomia di una malattia
  • Derks P. et al. (1997),”Laughter and electroencephalographic activity”
  • Dottor Clown Italia “Immagini e Parole di clownterapia”, Ed. Piccin 2009 ISBN 978-88-299-1983-3
  • F. Bottaccioli, “Psiconeuroimmunologia”, Ed, RED, Como 1995
  • M. Farnè, “Guarir dal ridere”, Boringhieri, Torino, 1996
  • M.L. Mirabella, “Clownterapia”, Ed. Neos, Rivoli, 2005 Martin A. R. (1988),”Sense of humour, hassles and immunoglobulin A: Evidence for a stress-moderating effect of humour”
  • S. Beltrami, E. Bertoldi “Bicarbonato e mentine. Giovannino Guareschi, l’amico dei giorni difficili” GAM Editore, Rudiano BS 2007 ISBN 9788889044339
  • S.Fioravanti, L. Spina, “Anime con il naso rosso”, Ed. Armando, Roma 2006

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